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28 Febbraio 2010

Malpractice e comunicazione

di Carlo Guastamacchia


Due recenti lavori, arrivati alla mia osservazione, mi hanno confermato (documentalmente) che il concetto di malpractice, ampiamente  strombazzato dai giornali, affonda le sue radici più in una carenza di comunicazione tra medico e paziente che in un’effettiva cattiva pratica professionale. I due lavori in questione sono il libro In un batter di ciglia di Malcolm Gladwell (Milano: Mondadori, 2005, pp. 33-35) e l’articolo di Tomaselli et al., di prossima pubblicazione su queste pagine, “Le denunce di malpratica in odontoiatria.
Indagine pilota sul territorio”.
In entrambe le pubblicazioni si mette in luce un fenomeno molto meno “strombazzato” della stessa malpractice, e cioè: il maggior numero di denunce da parte dei pazienti non deriva dalla percezione che il curante si sia comportato in modo operativamente inadeguato, bensì dal fatto che abbia intrattenuto, con il paziente stesso, un comportamento privo di adeguata comunicazione.
Scrive Gladwell: “Ci crediate o no, il rischio di essere citati in giudizio per negligenza ha ben poco a che vedere con il numero di errori commessi da un medico […] ‘Quel medico non aveva mai tempo per parlare con me […] non mi ascoltava mai quando cercavo di spiegare i miei sintomi’”.
Tomaselli e coautori scrivono: “La maggioranza concorda nell’affermare che una buona comunicazione dentista/paziente prima, durante e dopo l’intervento possa diminuire le denunce, facendo aumentare nel paziente la percezione di essere correttamente seguito e curato”. E ancora: “Alcuni dentisti ritengono […] che la preparazione di prove  fotografiche o radiologiche sia un’incombenza troppo pesante per la propria realtà professionale” [sic!!!].
“Altri sottolineano l’importanza della comunicazione intesa sia come spiegazione al paziente dell’intervento e dell’attività post-intervento, sia come reperibilità e disponibilità.”
Capito il latino? Con il che si dimostra (nostra vecchia fissazione) come l’adeguatezza di un comportamento “clinico” vada impostata anche con un corretto modo di comunicare, che è il primo a essere percepito dal paziente e che, di conseguenza, quando manca innesca la  scintilla da cui deflagrerà, poi, la denuncia (secondo noi, a questo punto, abbondantemente meritata!).



 
 

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