La crisi, almeno secondo la percezione degli odontoiatri, ha ridotto nel 2010 i ricavi del 50%. E intanto nel nostro Paese i cittadini che hanno bisogno di cure sono oltre quindici milioni, ma a recarsi dal dentista è meno del 40%. Questo uno dei risultati emersi nel Rapporto sullo stato dell’odontoiatria italiana, elaborato dal Centro studi Andi e presentato da Aldo Piperno, professore di sociologia dei fenomeni economici e del lavoro all’università Federico II di Napoli, durante il III Workshop di economia in odontoiatria dal titolo “L’evoluzione delle libere professioni e dell’odontoiatria nella metamorfosi socio-economica italiana”, organizzato a Cernobbio (Como) il 20 marzo dall’Associazione. “Il Rapporto - ha spiegato Piperno - è un’esperienza di integrazione dei dati oggi disponibili e ha l’obiettivo di far conoscere al pubblico qual è lo stato del sistema salute e dell’assistenza in campo odontoiatrico. Lo scopo del Rapporto, che ha scattato una fotografia del mercato odontoiatrico e della professione, non è solo presentare dati descrittivi, ma soprattutto costruire un profilo interpretativo che li renda intelligibili e significativi, in modo da fornire iun contributo al dibattito politico-istituzionale in materia.” Tra i temi al centro dell’indagine, il profilo socio-demografico dei professionisti, la salute orale e la domanda delle prestazioni odontoiatriche, lo scarto in termini di mercato tra bisogno e domanda, l’attività produttiva degli studi odontoiatrici, la loro organizzazione operativa e le loro caratteristiche, i dentisti e il “terzo pagante” (fondi, casse e società di muto soccorso), l’andamento economico, del mercato e la crisi.
Il profilo socio-demografico
Il punto di partenza per tracciare il profilo socio-demografico sono i dati Fnomceo, Enpam e dell’Agenzia delle Entrate, che hanno evidenziato come il rapporto dentisti-cittadini varia se si considera gli iscritti all’Albo (un professionista ogni 1.105 abitanti) o il numero di studi attivi (uno studio ogni 1.450 abitanti). Per quanto riguarda le previsioni per il futuro, il Centro studi Andi conferma che nei prossimi anni i nuovi iscritti saranno sempre meno e non compenseranno il numero di coloro che andranno in pensione. Un altro dato riguarda lo scarso coinvolgimento dei dentisti nel pubblico: solo il 6,5% degli iscritti, pari a 3.475 odontoiatri, collabora con il Ssn. Tali professionisti lavorano in media sedici ore settimanali, fornendo 1,5 prestazioni all’ora e costano al servizio pubblico oltre 151 milioni di euro l’anno.
Lo stato di salute della popolazione
Gli italiani godono di una buona salute, almeno secondo quanto ha rilevato l’Istat nel 2008. La percentuale di popolazione completamente priva di denti è minima (0,6%) e si concentra soprattutto al Sud e nelle classi d’età più avanzate. La sostituzione dei denti con dentiere e impianti, insieme al possesso dei denti naturali non caduti, fa sì che circa il 70% dei cittadini abbia tutti i denti e circa il 30% ancora molti: nello specifico il 27,5% da 21 a 27 e solo il 2,4% da 1 a 20. Sempre secondo i dati, viene confermato come solo l’11,5% della popolazione (oltre i tre anni) non è mai stata da un dentista. Il 39,7% è andata dal dentista nell’ultimo anno, mentre il 48,9% dichiara di esserci andata oltre un anno fa. Il ricorso al dentista cresce con l’età, soprattutto se si considerano le visite effettuate oltre un anno fa; negli ultimi dodici mesi è stato invece osservato che, a partire dalla fascia di età dei cinquantacinque anni, si verifica un calo. In particolare ci si rivolge al dentista per un’estrazione (19%), per trattamenti ricostruttivi (71,1%), per apparecchi ortodontici (7,9%), per cure paradontali (5,3%), per riabilitazione dentale (20,9%) e per visite di controllo (47%). “I dati sulla salute orale - spiega Piperno - possono essere letti in una prospettiva diversa. Lo stato di salute, espresso come il rapporto tra il numero di denti presenti e il numero di quelli sostituiti, può infatti essere interpretato come il rapporto tra bisogno e domanda espressa, vale a dire tra domanda di prestazioni effettuate e domanda potenziale; in sostanza può essere inteso come lo scarto di uno stato dentale incompleto che potrebbe essere ripristinato, totalmente o parzialmente, se l’utente accedesse alle cure odontoiatriche.” Stando ai dati Istat, sono 30,2 milioni (pari al 60,1%) i cittadini che presentano almeno un dente caduto o estratto; di questi 11,4 milioni (22,3%) non l’hanno sostituito, 4,1 milioni (8,2%) hanno provveduto a una sostituzione parziale e 19 milioni una totale. Considerando i cittadini con cinque denti caduti o estratti (1,9 milioni di persone), sono 677mila le persone che non li hanno sostituiti e 482mila ne hanno sostituiti solo alcuni. Sulla base di questi dati il Centro Studi Andi ha individuato quattro tipologie di mercato. Le persone caratterizzate da “nessun dente caduto o estratto” (pari a 19,5milioni) possono definirsi come “nessun mercato”, nel senso che non rappresentano un soggetto con necessità di ricevere assistenza. I pazienti che non hanno provveduto alla sostituzione del dente sono un “mercato non coperto”, vale a dire persone il cui stato dentale avrebbe bisogno di interventi. Chi ha sostituito parzialmente i denti caduti o estratti costituiscono il “mercato non coperto totalmente”: per loro vi sarebbe spazio teorico per un intervento. I cittadini che hanno sostituito totalmente i denti caduti o estratti rappresentano il “mercato attuale totalmente coperto”.
Lo studio dentistico
In base all’elaborazione degli studi di settore, è stato rilevato che i dentisti operano in più studi: il 68,5% anche in due strutture, il 18,6% in due e il 12,9% in più di due. Mediamente lo studio è di 90-100 metri quadrati, con due unità collegate. Sul fronte dei ricavi, il 92% deriva da prestazioni erogate ai cittadini privatamente, il restante da convenzionamento. Mediamente i dentisti italiani lavorano 42-44 settimane all’anno, per cinque giorni alla settimana e per otto ore di lavoro al giorno. Il 73-75% del tempo è dedicato al paziente, il 15,1% all’attività di gestione, l’11,5% a quella di formazione professionale. Attraverso un sondaggio effettuato dall’Andi nel primo semestre del 2009 e all’inizio del 2010, in cui è stato chiesto ai dentisti associati come intendono organizzare la propria attività, è emerso che il 63,9% dei professionisti ritiene che occorrerebbe impegnarsi nella riorganizzazione dello studio per acquisire più efficienza; il 31,3% ricorrerebbe a una più stretta collaborazione con altri dentisti; il 17,2% che si dovrebbero ricercare un rapporto con l’odontoiatria pubblica, mentre il 21,9% ritiene che si debba intervenire sulle tariffe. I dentisti intervistati esprimono la volontà di rimanere liberi professionisti e di ricercare all’interno della propria categoria gli strumenti per affrontare i problemi. Il sondaggio si è posto anche l’obiettivo di valutare quanto la crisi abbia interessato lo studio dentistico italiano, attraverso una valutazione degli andamenti dei ricavi con un confronto tra il 2008 e il 2007. Dai dati si nota che il 30,5% degli odontoiatri ha dichiarato che i ricavi del 2008 sono stati inferiori a quelli del 2007; per il 21,8% sono stati superiori e per il 47,8% uguali. Il quadro nel 2010 sembra però cambiare, come ha rilevato la seconda edizione del sondaggio, somministrata ai professionisti a inizio anno. A denunciare che i ricavi del 2009 sono peggiorati rispetto a quelli dell’anno precedente sono stati il 50,5% dei dentisti, il 38,7% ha dichiarato che è rimasto uguale, mentre l’11,1% ha detto di aver incrementato il lavoro. Per quanto riguarda le tariffe, nel 2009, rispetto al 2008, il 60,8% ha applicato tariffe conformi a quelle indicative dell’Andi, il 24,5% inferiori e il 14,6% superiori. Nel 2010 le percentuali cambiano ma di poco. Il 29,8% dei dentisti ha dichiarato di aver abbassato le tariffe.
GdO 2010; 5
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