E’ lunedì 15 ottobre, a Palazzo Chigi si riunisce il Consiglio dei Ministri numero 23 per visionare, eventualmente discutere e poi approvare, tutti gli articoli contenuti nel Decreto fiscale, nel Decreto semplificazione, nella Legge di bilancio 2019, valutare se “il movimento” dei prefetti decisi dal Ministro Salvini sia condiviso, autorizzare l’assunzione di 553 unità di personale docente per la scuola di altra formazione artistica musicale e coreutica (AFAM), autorizzare la prosecuzione della tangenziale ovest di Andria, deliberare la continuazione dello stato di emergenza per il maltempo per le provincie di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Forlì e Cesena e valutare se impugnare o meno cinque leggi regionali (fonte sito del Governo).
Secondo le fonti ufficiali la riunione è cominciata alle 19, 31 e termina alle 21,15. Quindi i Ministri hanno dedicato un’ora e tre quarti per decidere su temi fondamentali per il nostro Paese. Ma ovviamente, come da sempre, tutto era già stato definito, tutto era già pronto, chiarito, condiviso, scritto. Il tempo è stato probabilmente dedicato solo per affinare alcune questioni, i dettagli.
I dubbi che tutto non fosse veramente chiaro e condiviso lo abbiamo al mattino quando, di buon’ora, viene pubblicato il comunicato stampa del Consiglio dei Ministri con sintetizzati i punti dei provvedimenti approvati e quando le agenzie cominciano a lanciare i contenuti.
Ecco la prima sorpresa.
Il comunicato stampa, al punto 22 della legge finanziaria, informa della norma che prevede l’abolizione del numero chiuso alla facoltà di medicina. Notizia che spiazza non solo rettori, professori, medici e studenti, ma anche gli stessi Ministri competenti, quello dell’Università e quello della Salute, che al Consiglio dei Ministri erano presenti. Ministri che subito si sono affrettati a mettere le mani avanti: noi non sapevamo nulla. Poi a freddo si è chiarito che non ci sarà il “liberi tutti” sperato da molti studenti inconsapevoli di cosa questo voglia dire (studiare per oltre 10 anni per poi non sapere se avere un posto di lavoro come medico), ma un aumento dei posti ed una revisione del sistema di accesso.
Non sappiamo come e se la norma contenuta in finanziaria, in Parlamento verrà modificata, stralciata o altro.
Qualche giorno dopo abbiamo poi capito che i due ministri non erano i soli a non aver letto i testi e che quello del numero chiuso a medicina è indubbiamente l’ultimo dei problemi di questa finanziaria, consapevoli che mai come questa volta riusciremo a conoscere le norme da applicare solo dopo i passaggi parlamentari e la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Considerando che il principale partito al governo, il Movimento 5 Stelle, ha presentato oltre 80 emendamenti contro il provvedimento.
Torniamo alla “svista” su medicina che si è rivelata utile per compattare università e professione affrettati a sottolineare come il numero chiuso vada mantenuto per garantire la preparazione dei futuri medici, anche se servono correttivi.
Altro dubbio è se la riforma toccherà anche il corso di laurea in odontoiatria, stando a quanto scritto nel testo (facoltà di medicina) sembrerebbe di si, ma abbiamo imparato che in questa finanziaria le parole non sempre vogliono dire quello che si vorrebbe fare. Il fatto che sia coinvolto o meno anche il corso di laurea in Odontoiatria, inciderà (anche) sul fenomeno dell’espatrio volontario di alcuni nostri connazionali per prendere la laurea e poi ritornare a casa.
Sempre lunedì 15, Odontoiatria33 ha pubblicato l’oramai consueta inchiesta sul numero di lauree straniere che vengono riconosciute dal Ministero della Salute consentendo, a chi le ha conseguite, di iscriversi all’Ordine ed esercitare nel nostro Paese. I dati li raccogliamo verificando ogni singolo decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, leggendo nomi e cognomi, annotando anno di nascita, Ateneo in cui è stata conseguita la laurea, provincia di residenza etc.
Come oramai rileviamo da alcuni anni, il numero degli italiani che si laureano all’estero per poi rientrare per lavorare, magari nello studio di famiglia, stanno leggermente calando di anno in anno.
La novità l’abbiamo riscontrata analizzando i dati dei cittadini stranieri che si laureano all’estero e vengono da noi a lavorare. A differenza degli anni precedenti abbiamo notato come per gli italiani, molti degli stranieri (ma non cittadini spagnoli) che hanno chiesto il riconoscimento del titolo di studio si sono laureati in Spagna. E non sono attempati dentisti tedeschi o inglesi che innamorati del nostro Paese si stabiliscono in Italia, ma giovani.
Certo i numeri sono contenuti, soprattutto rispetto agli italiani di ritorno, ma comunque è un fenomeno mai rilevato negli anni passati.
Negli scorsi anni, come anche i dati 2017 lo confermano, i cittadini spagnoli che chiedono il riconoscimento del loro titolo per lavorare in Italia sono la comunità più numerosa, invece quest’anno abbiamo registriamo l’ingresso nel nostro Paese di cittadini di altre nazioni che anche loro hanno studiato in Spagna.
Probabilmente gli italiani che studiano negli atenei spagnoli parlano talmente bene del nostro Paese che li hanno convinti che da noi c’è lavoro e si sta bene.
Situazione decisamente curiosa, da una parte chi vive e lavora in Italia si lamenta, dall’altra chi invece è lontano ci vede come il Paese nel quale “approdare”, per decreto.
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