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05 Aprile 2020

Ora si deve pensare a come ricominciare e far sì che lavarsi le mani rimanga un consiglio sanitario e non un modo di agire

di Norberto Maccagno


La settimana che ha preceduto questa quarta domenica del #iocomincioanonpoternepiùdistareacasa è stata caratterizzata dalla corsa per richiedere i 600 euro di bonus per gli autonomi ed i professionisti.
Abbiamo letto delle proteste di associazioni e sindacati per i disservizi informatici, sull’esiguità delle risorse messe in campo, sulle disparità tra gli autonomi iscritti all’INPS e quelli alla casse previdenziali, della necessità di avere più risorse. 

So bene, essendo anche io un autonomo -ma non posso richiedere il bonus perché fortunatamente lavoro- che questi 600 euro saranno l’unico incasso di marzo e se non prorogato, sarà l’unico incasso di tutto questo periodo di inattività.
E proprio per questo motivo, per essere certi che le comunque esigue risorse che lo Stato ha stanziato e stanzierà (e che un giorno chiederà indietro a tutti noi che paghiamo le tasse) vadano solamente a chi ne ha realmente bisogno, ora mi aspetto che le stesse associazioni e sindacati si battano perché lo Stato attivi i controlli per verificare se chi li ha richiesti, avesse i requisiti per farlo.
E chiedano anche di inasprire le pene per chi ha dichiarato il falso, magari introducendo una pesantissima sanzione economica invece di quella penale prevista oggi che diventa difficile da applicare. 
Perché ogni bonus chiesto, e dato a chi non ne ha diritto, sono 600 euro rubati a chi, invece, ne ha necessità. Ed in questo caso per fare in controlli basta un semplice programmino informatico che confronta il database delle dichiarazioni dei redditi, con quello dell’elenco dei contribuenti che hanno percepito il bonus. 

Sul tema di chi non ha paura di dire la cosa giusta, pur sapendo di rischiare di andare contro il sentito di parte della “pancia” della professione, merita ricordare tra le notizie della settimana la nota del presidente AIO Fausto Fiorile in cui invita i colleghi a rispettare gli impegni presi con i fornitori, perché il periodo è difficile per tutti e tutti devono fare la loro parte secondo le reali possibilità.
Chapeau Presidente Fiorile, e mai come in questo caso la “P” maiuscola è d’obbligo.

Altro tema che ha cominciato a manifestarsi nella settimana appena terminata, e connoterà le prossime, è quello delle misure da adottare quando si potrà tornare ad aprire gli studi.I rischi sono noti e sono portati prevalentemente dall’aerosol prodotto mentre si cura il paziente. In un interessantissimo contributo il prof. Silvio Abati ha ricordato come la saliva del paziente si “diffonda” per lo studio e come, il rischio, non sia una novità recente.
La dott.ssa Viviana Cortese Ardizzone ha elencato una serie di questioni da considerare, cercando di studiare soluzioni prima di riaprire per proteggere sia il paziente che gli operatori. 

Già perché alla ripartenza, ma non lo darei per scontato, il paziente potrebbe avere timori nel venire in studio: io da paziente non lo credo, visto che ha sempre, giustamente, consideriamo lo studio un ambiente sanitario protetto e sicuro. 
Mentre quasi sicuramente sarete voi operatori ad aver paura, credo che per voi sarà difficile non considerare ogni paziente seduto sul riunito, un possibile “untore”. 

E poi c’è il tema di quando sarà la ripartenza, che per il vostro settore va di conseguenza con quanto dicevo prima sulla necessità di prevenire il contagio. 

L’ultimo DPCM ha prorogato tutte le misure restrittive fino al 13 aprile, e poi si vedrà l’andamento per capire se si può ipotizzare una riapertura graduale. Ma voci anche autorevoli sostengono che fino a quando non si sarà azzerato il rischio contagio, non si potrà tornare ad uscire o a lavorare. 

Non ho le competenze per entrare nel merito delle indicazioni di epidemiologi e dei clinici. 

Però, da uomo della strada quale sono, credo sia legittimo pormi il dubbio del come è possibile che nel terzo millennio non si riesca a trovare un metodo altrettanto efficace per combattere un virus che non sia quello adottato nel Seicento con la peste: stare chiusi in casa e lontani dagli altri. 

Con qualche centinaio di euro posso affittare l’attrezzatura che mi consente di girare per qualche ora sul fondo del mare o dormire tra i ghiacci polari. Possibile che non si riesca a trovare una soluzione che mi consenta di andare a lavorare o a fare acquisti senza rischiare di contagiarmi o contagiare il mio vicino? 

Certo, fino a quando non si troverà una cura o un vaccino la nostra vita sociale non sarà più come prima, e forse non lo sarà mai più. Ma fino a quando la ricerca avrà fatto la sua parte, veramente l’unica soluzione sarà quella di stare confinati per mesi in casa
Tra lo stare chiusi in casa per forza, oppure dire che si può uscire se dotati di un certo tipo di dispositivi di protezione può esserci molta differenza, anche per la nostra economia: personale e di sistema, che poi è la stessa cosa. 

Quando ero ragazzo andavo in giro in vespa senza casco e l’auto non aveva neppure le cinture di sicurezza, ora il casco è obbligatorio e le auto sono piene di dispositivi che tutelano la nostra sicurezza. Per uscire di casa in sicurezza si dovrà indossare la maschera da sub tipo quella di Decatlon adattata, una tuta che copra i vestiti da gettare prima di entrare in casa, guanti o qualsiasi altro sistema protettivo?
Si stabilisca quali sono quelli adatti e lo si dica: saremo poi noi a decidere se vorremo acquistarli ed indossarli, oppure stare in casa. 
E lo stesso deve valere per poter andare al lavoro: si decida come si può fare in sicurezza, per chi non può lavorare da casa, e si parta. E lo stesso vale per la vostra professione, tanto prima stabilirete delle regole efficaci che vi permetteranno di garantire la sicurezza a voi, ai vostri collaboratori ed ai pazienti, tanto prima potrete cercare di trovare una normalità economica, come ha spiegato Tiziano Caprara.
La CAO Nazionale sembra abbia cominciato a lavorare per questo, probabilmente si interfaccerà con Ministero ed Istituto Superiore di Sanità.

Ma la ripresa sarà possibile solo quando queste indicazioni verranno stabilite, indicazioni che devono essere “date” dal Governo e poi rispettate. 

L’impressione, invece, è che oggi il Governo stia demandando le responsabilità a noi cittadini, attraverso autocertificazioni o ad inviti al buon senso. 

Ieri (sabato 4 aprile) assistendo alla conferenza stampa di Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza Coronavirs, alla domanda di un collega giornalista che voleva capire se fossero vere le voci che vedrebbero i respiratori per gli ospedali ordinati dal Consip (la società pubblica che si occupa di gestire in modo coordinato gli acquisti per lo Stato), consegnati solo ad emergenza terminata risponde: noi abbiamo fatto tutto secondo le procedure.  Ma intanto senza quei respiratori le persone stanno morendo, oltre al fatto che quei respiratori che arriveranno in ritardo verranno comunque pagati. Però i medici se ne sono infischiati delle procedure e del fatto che non avevano i DPI adatti e, rischiando la vita, hanno preso una decisione e ci stanno salvando la vita.                                                                      

Qualcuno dovrebbe spiegare al Governo, alla Politica, che l’invito a lavarsi le mani è puramente igienico, e non a non prendersi le responsabilità, non decidere. 

L’impressione è che chi dovrebbe darci le indicazioni per consentire una ripartenza in sicurezza si preoccupi più di demandare la scelta ad altri (scienziati, medici etc), per non avere responsabilità, invece di preoccuparsi di cercare soluzioni, certo sentendo gli esperti, ma poi prendendo le decisioni che consentano al Paese, se non di volare almeno, come cantava Battisti, di ripartire e viaggiare.  

Forse allora a noi manca solo “quel gran genio del mio amico”.  


Photo Credit: La due foto in alto da sinistra sono state prese dalle pagine Facebok di Tommaso Conci e Raul Samuele Garro    

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