La condizione degli anziani ospiti nelle RSA, isolati da quasi un anno, è certamente una delle tante situazioni critiche dettate dalla pandemia. Molti i racconti, toccanti, di vicende personali narrate in questi mesi dalla stampa quotidiana.
Quello dell’assistenza degli anziani, di un modello che consenta a tutti noi di trascorrere gli ultimi anni di vita in serenità e non in luoghi che molto spesso sembrano più istituti di pena che di cura, è uno di quei temi di cui si parla sempre con difficoltà. In questi mesi abbiamo letto di tante lodevoli iniziative che hanno cercato di alleviare la distanza forzata degli ospiti delle RSA dai loro parenti, precauzione necessaria per cercare di preservarli dal contagio.
Leggendo di queste situazioni, ma seguendo ogni giorno le vicende che riguardano l’odontoiatria, molte volte mi sono chiesto se e come, in caso di necessità odontoiatriche, queste persone avessero ottenuto assistenza. E l’ho anche chiesto a qualche responsabile di RSA.
In caso di dolore o problemi acuti, viene chiamata l’ambulanza o il pulmino che trasporta i disabili, e li si porta nell’ambulatorio dell’Asl con tutti i problemi legati alla prevenzione da Covid. Ma anche prima della pandemia non era diverso.
Ma per le altre necessità odontoiatriche? Si cerca di farne a meno, mi dicono.
Già, perché per il pubblico l’odontoiatria è spesso solo mal di denti anche quando i pazienti hanno il dono della mobilità, figuriamoci quando sono relegati in un letto o su di una sedia a rotelle. O anche solo non hanno un parente che riesce ad andare a prenderli, portarli dal dentista e riportarli nella casa di riposo.
Venerdì abbiamo pubblicato un bellissimo racconto della dott.ssa Viviana Cortesi Ardizzone e della prof.ssa Laura Strohmenger (una di quelle che su questi temi si è sempre battuta) sull’esperienza in una RSA milanese degli studenti del corso di laurea in igiene dentale dell’Università di Milano.
Se non l’avete letto fatelo, lo trovate a questo link.
Il racconto fotografa una situazione decisamente drammatica. Non tanto, anche, per gli aspetti clinici ed i risvolti umani raccontati, ma perché descrivono una situazione di “disinteresse” sanitario che sarebbe facilmente risolvibile con uno spazzolino a setole dure (per la protesi) ed uno tradizionale per i denti rimasti oltre ad un po’ di buona volontà da parte del personale che assiste gli ospiti di quelle strutture. Che spesso pagano anche rette importanti.
Invece, e me lo racconta chi lavora in alcune RSA, la soluzione è spesso quella di riporre la protesi in un cassetto con tutte le conseguenze che la dott.ssa Ardizzone e la prof.ssa Strohmenger descrivo nel loro resoconto, a cominciare dai problemi di nutrizione.
E stiamo parlando del mantenimento dell’igiene della protesi e della bocca dell’ospite, poi ci sarebbero le altre problematiche. Per il dolore abbiamo già detto, si mobilita l’assistenza d’emergenza e si toglie il dente.
Ma se la protesi si rompe, necessita un ribasamento, aggiungere l’elemento che si è estratto per il dolore? Spesso si lascia l’anziano senza protesi, se la famiglia non riesce ad aggiustarsi.
Quella dell’igiene orale, o ancora peggio, della disabilità masticatoria in quale livello dei problemi sanitari di queste persone la dobbiamo mettere?
Oggi sembra venga dopo qualsiasi altro problema.
La corretta detersione di una protesi e l’igiene orale quotidiana, non me ne vogliano gli igienisti dentali, la può fare correttamente (una volta formato) anche il personale che giornalmente li assiste lavandoli e vestendoli. Poi, certo, se all’interno di queste strutture potessero operare odontoiatri ed igienisti dentali, senza dover trasportare i pazienti nell’ambulatorio pubblico o dal dentista privato, sarebbe anche un risparmio per la collettività. Oltre ad evitare ulteriori disagi all’assistito.
Hanno ragione la dott.ssa Ardizzone e la prof.ssa Strohmenger quando scrivono che questa situazione “rappresenta una vera e propria emergenza sociale, perché anche la bocca ha diritto alla salute”. Aggiungendo che “sempre di più si pone la necessità di colmare le attuali carenze culturali sulle patologie orali con la prevenzione e la cura del cavo orale nell’ambito dell’assistenza geriatrica”.
E qui sta il vero punto: le carenze culturali non solo sull’assistenza odontoiatrica geriatrica ma più in generale sulla prevenzione e cura della salute orale.
Potremmo auspicare che il lavoro che il Tavolo Tecnico sull’odontoiatria in tema dei Lea suggerisca interventi strutturali anche in questo ambito, e certamente lo farà vista la sensibilità ed esperienza sul tema del Coordinatore del Tavolo il prof. Enrico Gherlone e della prof.ssa Antonella Polimeni che coordina i lavori del Gruppo Lea.
Potremmo anche sperare che dei tanti soldi che dovrebbero arrivare dall’Europa per la sanità qualcosa finisca anche per far nascere un modello di odontoiatria pubblica che finalmente sia equo e funzioni, e mentre si ridisegna l’assistenza territoriale, si pensi anche alla bocca ed ai denti.
Ma tutto questo non avverrà se non cambia la percezione della necessità di equiparare l’assistenza odontoiatrica a qualsiasi altra branca della medicina.
Fino ad allora i nostri anziani (e noi tra alcuni anni), dipenderanno sempre dal buon cuore di qualche odontoiatra o igienista dentale più o meno coordinato da qualche associazione di volontariato, oppure da iniziative del pubblico che però sembrano più seguire una logica del “devo farlo”, piuttosto che “sono convito della necessità di farlo”.
Come ad esempio la lodevole iniziativa dell’ASST Brianza che cerca 2 igienisti dentali per il Centro di Odontoiatria Speciale di Cerate Brianza. Ma lo fa a tempo (per un anno, 5 ore settimanali) e sperando anche qui nel buon cuore degli igienisti dentali che si vorranno proporre visto che il compenso sarà di 20 euro lordi all’ora.
Direi molto meno di quanto un igienista dentale percepisce lavorando in uno studio privato. Ma nessuno (almeno non ne sono venuto a conoscenza) si è scandalizzato per la cifra prevista, mentre per le pubblicità dell’igiene a 40 euro nei lowcost si erano spesi fiumi di parole indignate e credo anche azioni legali.
Anche questo dimostra che senza un cambio di mentalità da parte di tutti (politica, sindacati dei professionisti coinvolti, amministratori pubblici), la dentiera dei vecchini rimarrà, piena di tartaro, nel cassetto del comodino.
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