La medicina è donna, l’odontoiatria ci sta arrivando ma la politica della professione è ancora in mano solo agli uomini con il rischio che le scelte che saranno fatte, certamente non escluderanno ma probabilmente non riusciranno a considerare l’esercitare la professione al femminile.
E’ questa la fotografia che mi sono immaginato leggendo i dati degli iscritti confrontati con quelli delle iscritte alla FNOMCeO, inviati come sempre dalla Federazione in vista dell’8 marzo.
In medicina, se il dato generale degli iscritti vede le donne al 45%, la percentuale sale decisamente al calare dell’età: le dottoresse sono il 57% dei medici sotto i 60 anni, il 60% tra gli under 50. Nella fascia d’età dai 40 ai 44 anni quasi 2 medici su 3, e precisamente il 64%, sono donne. Donne medico che costituiscono ormai la parte preponderante della forza lavoro nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, dove il 54% è donna.
Una fotografia che ogni anno è, ovviamente, molto simile alla precedente e che per quanto riguarda l’odontoiatria continua a certificare la sempre più numerosa presenza delle donne, anche se per arrivare ad una parità tra i sessi degli iscritti si dovrà aspettare almeno un decennio se non due. Considerando che la maggioranza degli iscritti, gli over 50, sono prevalentemente al maschile.
Stando ai dati FNOMCeO il 74% degli iscritti all’Albo degli odontoiatri sono uomini, ma è tra gli under 45 che le percentuali si avvicinano quasi a sovrapporsi. In totale, sui 63.596 iscritti al 2 marzo 2021 all’Albo degli odontoiatri (doppi iscritti inclusi), le donne sono 17.723. La fascia di età con il più alto numero di odontoiatre è quella tra i 40 ed i 44 anni (2.281), il minore gap tra uomini e donne lo si trova tra gli under 29 (1.828 i maschi, 1.674 le donne). Considerando i soli iscritti all’Albo degli odontoiatri, le donne sono il 36%.
Professioni, quella di medico ed odontoiatra, dove nonostante la presenza delle donne sia sempre più importante, le stanze “dei bottoni” rimangono esclusiva dei maschi. Sia per quanto riguarda i medici (anche se la FNOMCeO è stata guidata per un mandato da una donna) che per gli odontoiatri.
La CAO Nazionale è composta da soli uomini, su 106 presidenti CAO ci sono solo 5 donne: (ma mancano ancora alcuni rinnovi e potrebbero aumentare di qualche unità visto che in alcune provincie, Napoli e Macerata, vi sono donne candidate). Anche a livello associativo le presenze sono minime.
Per ANDI la dott.ssa Sabrina Santaniello è l’unica donna dei 9 componenti dell’Esecutivo nazionale, nessuna tra i probiviri e revisori dei conti. Dei 21 presidenti regionali solo una, Maria Vittoria Del Console (Calabria), è donna, mentre degli oltre 100 presidenti provinciali le presidentesse sono 9.
Anche in casa AIO non va meglio: nessuna donna tra i 4 componenti del Consiglio direttivo, due nel Consiglio di presidenza, le dottoresse Eleonora Cardamone e Maria Giovanna Cotugno. Nessuna tra Probiviri e Revisori dei conti mentre delle 39 sedi provinciali e interprovinciali 8 sono quelle guidate da donne, una tra i presidenti regionali, la dott.ssa Evelina Ferrari presidente AIO Puglia.
Stesso discorso riguarda EMPAM: dei 16 componenti del CDA uno solo è donna (credo “imposta” dal regolamento), come solo una donna è presidente di una Consulta regionale ed una è tra i rappresentanti della Quota “B” all’interno della Assemblea nazionale.
Non è una questione di poltrone, di “quote rosa”, di dare delle poltrone per fare “numero”, ma di riuscire a rappresentare le istanze delle dentiste. Possono Ordine, Sindacati, ENPAM, governati praticamente da soli uomini, progettare la professione del futuro in modo che possa essere sostenibile anche per quel 30-40% di odontoiatre che la compone e che la andrà a popolare nel prossimo futuro?
E lo stesso discorso vale per la questione giovani.
Provo sempre molto imbarazzo nello scrivere sulla questione femminile per evidenti motivi: non ho la visione del problema come diretto interessato. Perché questa è la questione, la visione diversa dello stesso problema che hanno uomini e donne, e la supponenza tutta maschile di ritenere di sapere quale siano le scelte giuste da fare. Anche per le donne.
Qualche giorno fa sentendo un’intervista radiofonica alla scrittrice Michela Murgia, la conferma di come la visione sulla questione femminile non possa essere che quella delle dirette interessate.
La scrittrice era stata chiamata per presentare il suo ultimo saggio, “Stai Zitta” quando, parlando di molestia verbale, dice: è la donna che decide la natura dell’approccio ricevuto (se molesto o gradevole) e non chi lo fa. E per spiegarsi porta ad esempio una tra le mie canzoni preferite, così come la cantante: “Quello che le donne non dicono” ed in particolare cita la strofa … E dalle macchine per noi/ I complimenti del playboy/ Ma non li sentiamo più/ Se c'è chi non ce li fa più…
“Non è un playboy quello che fa un complimento da una macchina, ma un estraneo convinto di avere il diritto di esprimere sul tuo corpo un parere che non gli hai assolutamente richiesto”, dice Michela Murgia.
Una visione che mi ha decisamente incuriosito, anche perché la mia è totalmente diversa. Pur non essendomi mai permesso di fare apprezzamenti a sconosciute, l’ho sempre considerate una canzone estremamente rispettosa della donna. Quell’aspetto non l’avevo considerato.
Incuriosito ho deciso di leggere il libro (87 pagine, lo si fa velocemente), presentato come un saggio di denuncia contro gli stereotipi e le frasi fatte che spengono le voci al femminile.
Leggendolo, ci ho anche trovato un po’ di odontoiatria, anche se mai citata direttamente. Facendo alcuni esempi per dimostrare che in un mondo maschilista quando si deve dare notizia di una donna che occupa una posizione sociale prestigiosa, “essendo un evento talmente alieno” dice, scatta la necessità, il “bisogno di ricondurla ad un ambito di familiarità e contenzione quantomeno verbale”, e cita i titoli dei giornali alla notizia dell’elezione della professoressa Antonella Polimenti a Rettore de La Sapienza: “Una donna va alla Sapienza”.
Per Murgia, è la dimostrazione che la notizia non è la persona autorevole nominata in un posto di rilievo che non viene nominata, ma il fatto che sia una donna. Di questo aspetto ne avevo anche io parlato nella video intervista fatta alla neo Rettrice.
Altra citazione -solo chi è del settore la può ricondurre in un ambito odontoiatrico- la notizia della sperimentazione del tampone salivare molecolare, condotta da ricercatrici milanesi, tra cui due odontoiatre. Michela Murgia evidenzia come i tanti articoli che ne davano notizia titolavano: “Covid, tampone salivare: ecco le quattro mamme ricercatrici che lo hanno ideato”. “La notizia -scrive nel libro- non era la scoperta in sé utile ma non rivoluzionaria, quanto il fatto che a farla fossero state quattro donne che tutti i giornali qualificarono come mamme”, poi aggiunge ricordando come in realtà fossero ricercatrici, dottoresse, scienziate: “A capo del loro team di ricerca c’era un uomo, nessuno ha ritenuto di dover specificare se fosse padre o meno”.
Del libro alcune cose le ho condivise altre le ho trovate provocatorie, ma ripeto, ho voluto citare questi passaggi per sottolineare come, sul tema della parità dei sessi, della questione femminile, noi uomini non possiamo dire nulla di giusto. Non possiamo avere un punto di vista obiettivo perché non siamo donne.
Ed è per questo motivo il dubbio che ponevo sul tema della rappresentanza nel settore. Una professione guidata da uomini, dove le poche donne presenti non hanno di fatto potere o voce in capitolo, possono governare una professione sempre più al femminile?
E mi ripeto, non servono quote rosa obbligate, buone per occupare poltrone, per bilanciare i numeri.
Si deve dare spazio alle donne, anzi, si deve avere l’umiltà di cedere spazio.
Perché come scrive Murgia, sempre citando quella splendida canzone scritta peraltro da un uomo, Enrico Ruggeri, “non esiste niente che le donne non dicano: bisogna solo ascoltarle”.
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