La salute prima di tutto. Mentre il welfare pubblico arretra, “la pillola di saggezza” passa al welfare aziendale, l’insieme di misure attivate nelle imprese per il benessere dei lavoratori. Un calderone enorme, dove si mescolano smart working e buoni spesa, corsi di inglese per i figli e abbonamenti a teatro, ma nel quale gli interventi che hanno a che fare con la salute, compresa quella orale, hanno un ruolo preminente. E non parliamo più solo di mega aziende abituate a coccolare i dipendenti: una nuova cultura per cui soddisfazione vuol dire produttività, insieme alla defiscalizzazione degli ultimi anni, ha fatto affacciare a questo mondo anche realtà dalle dimensioni molto più ridotte.
Lo conferma, da ultimo, il rapporto Welfare Index Pmi 2018, presentato la scorsa settimana da Generali Italia: anche il 35,7% delle piccole e medie imprese italiane offre ormai ai dipendenti sanità integrativa.
Non solo.
I dati dicono che il tasso di iniziativa è forte nella macroarea della salute e dell’assistenza, che comprende soprattutto interventi di sanità complementare attraverso fondi di categoria, polizze o fondi aziendali e l’adesione a fondi aperti, ma anche servizi di prevenzione e cura (come check up e sportelli medici) e, new entry, assistenza ad anziani e non autosufficienti a carico e cure specialistiche per i bambini. La stessa area è indicata dai datori di lavoro intervistati come una delle priorità dei prossimi anni.
Niente di nuovo, in realtà. Si pensi, per esempio, alle Società di Mutuo Soccorso create da artigiani e operai nell’Ottocento. Ma quando si mossero i datori di lavoro? “L’assistenza sanitaria era già presente nei prodromi del welfare aziendale. Tra le principali prestazioni di tipo paternalistico realizzate per i dipendenti all’ inizio del Novecento c’erano infatti le cure integrative, anche odontoiatriche. Erano promosse su base volontaria da imprenditori illuminati, casi rari, come qualche decennio dopo fu Adriano Olivetti. Per una maggiore diffusione bisognerà aspettare, però, gli anni ‘90 del secolo scorso, quando nacquero i primi fondi e certe misure iniziarono a entrare nella contrattazione”, spiega a Odontoiatria33 Valentino Santoni, ricercatore di Percorsi di Secondo Welfare, laboratorio di ricerca nato da una partnership tra l’Università degli Studi di Milano e il Centro Studi Einaudi di Torino. “Anche oggi la sanità integrativa è tra gli interventi più richiesti dai dipendenti, insieme alla previdenza complementare. Può essere prevista dalla contrattazione aziendale, presente per lo più nelle realtà più grandi, ma anche dalla contrattazione collettiva e da quella realizzata dagli enti bilaterali, che quindi la estendono a molti più lavoratori. Per lo più è garantita da Fondi che offrono prestazioni e coprono determinate spese, anche nell’ambito odontoiatrico che ha un ruolo di primo piano”, sottolinea Santoni. “Solo in pochi casi, infatti, quell’ambito è coperto dal Servizio Sanitario Nazionale e quindi i lavoratori percepiscono e apprezzano molto il valore degli interventi di welfare aziendale su questo fronte”.
L’ultimo Rapporto Istat sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell'UE dice che in un anno 5 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure odontoiatriche per motivi economici. Chi si cura, lo fa, infatti, di tasca propria: il 90% circa degli italiani sceglie un dentista privato, il 5% una struttura odontoiatrica, solo il 4% si rivolge al Ssn, il resto migra all’estero alla ricerca di soluzioni low cost, ma anche low quality.
“Di fronte a questo scenario, è indispensabile lavorare allo sviluppo e alla diffusione di forme di sostegno ai redditi delle famiglie che possano permettere un maggiore e più esteso ricorso a prestazioni sanitarie.
Una soluzione di cui hanno preso coscienza anche il legislatore e le aziende che stanno sviluppando soluzioni di welfare aziendale anche per le spese odontoiatriche”, dice a Odontoiatria33 Unisalute,la prima assicurazione sanitaria in Italia per clienti gestiti, 7 milioni di persone provenienti dalle più grandi aziende italiane, dai Fondi sanitari di categoria e dalle Casse professionali attraverso l’offerta di piani sanitari collettivi. “La nostra offerta si è evoluta nel corso degli anni, e oggi la totalità dei piani sanitari da noi gestiti per i Fondi sanitari di categoria, ad esempio, prevedono le coperture delle spese odontoiatriche, dalla prevenzione alle cure e all’implantologia, rivolte al singolo iscritto o a tutta la famiglia”.
Ovviamente, ogni piano di welfare aziendale è un caso a parte e si struttura in base a esigenze e tipologie di aziende e lavoratori, definendo le prestazioni e le somme massime coperte, con eventuali franchigie e scoperti. “I nostri account commerciali - ci spiegano dall’ufficio stampa - valutano insieme all’azienda se la copertura sanitaria è rivolta solo al dipendente o a tutta la famiglia, in questo caso si prevedono prestazioni odontoiatriche anche specifiche per i figli come la sigillatura dei solchi, la fluorazione, le cure ortodontiche e gli apparecchi ortodontici per i minori. L’assicurato può scegliere liberamente se rivolgersi a strutture odontoiatriche convenzionate con UniSalute, a odontoiatri non convenzionati o del Servizio Sanitario Nazionale. Nel primo caso sarà UniSalute a pagare direttamente la struttura negli altri casi l’assicurato paga la struttura e UniSalute rimborsa la spesa”.
Al network di Unisalute, che comprende migliaia di strutture sanitarie odontoiatriche, si dedica un’unità operativa di 45 persone, che si occupa della trattativa commerciale, del convenzionamento, della verifica e del monitoraggio degli standard. Anche agli assicurati si chiede un feedback via sms o via mail immediatamente dopo la prestazione. “Le coperture sanitarie anche odontoiatriche incluse nei contratti di lavoro interessano una platea di lavoratori sempre più ampia. Diventa, quindi, sempre più importante un’organizzazione che consenta da un lato ai clienti di usufruire di un servizio puntuale e di qualità, e dall’altro che gli odontoiatri vengano messi in condizione di gestire al meglio questo flusso di persone, con procedure chiare e in tempi certi”, sottolinea Fiammetta Fabris, Amministratore Delegato di UniSalute spa.
E i dentisti?
Non restano a guardare. Anzi. L’AIO già nel 2015 dedicò un convegno al tema del “Terzo pagante” e anche oggi dice di voler portare avanti un dialogo franco con mutue, fondi e assicurazioni private: “Crediamo che queste realtà possano essere realmente di supporto, visto che il paziente oggi non ha risposte dal Ssn, ma propedeutico al dialogo è una rappresentanza della professione che tuteli il paziente stesso. Il gioco al ribasso sulletariffe non è compatibile con cure di qualità”, dice a Odontoiatria33 il presidente Fausto Fiorile. “Nella stessa ottica - aggiunge Fiorile - si deve valorizzare la formula dell’assistenza indiretta: il paziente sia liberodi recarsi da chi vuole, non solo dal professionista convenzionato, e il fondo lo rimborsi in base a limiti prefissati. Dobbiamo, inoltre, parlare tutti la stessa lingua, applicando un unico nomenclatore”.
L’AIO sostiene anche che vada superata la grande disparità di offerta tra fondi “ricchi” e fondi “poveri” e propone di valorizzare soprattutto la prevenzione e le cure conservative precoci e mini invasive. “C’è la necessità di un piano nazionale di prevenzione serio che coinvolga anche i fondi, magari facendo loro riservare parte delle risorse a delle campagne di comunicazione” sottolinea il presidente. “Se educhiamo e responsabilizziamo il paziente su come mantenere il suo stato di salute orale, prevenendo così anche patologie ben più complesse, tra qualche anno vedremo i risultati, con una popolazione con meno problemi e la possibilità di investire meno risorse nelle cure odontoiatriche. Bisogna pensare a lungo termine e in grande, è finito il tempo del piccolo cabotaggio”.
Intano, è tra gli otto fondi DOC per la sanità integrativa presenti in Italia (contro gli oltre 250 fondi non DOC), c’è anche il Fondo ANDI Salute (FAS). Per i Fondi DOC, la legge prevede la deducibilità fiscale fino a 3.615,20 euro/anno per le cure odontoiatriche ricevute, indipendentemente da quali siano state. Per i fondi non DOC, quelli legati ai contratti di lavoro, sono invece incluse nell'accordo solo certe tipologie di cure e prestazioni. “Il nostro è l'unico fondo integrativo nato e gestito da medici e non dal capitale. Un fondo che garantisce al paziente la cura in base alle sue esigenze cliniche e non sulla base di un elenco di prestazioni che il paziente deve scegliere per poter ottenere gli sgravi fiscali", sottolineò lo scorso ottobre il presidente FAS Gherardo Ghetti, nel corso del convegno “L’odontoiatria e la sanità integrativa”.
"Il FAS - spiegò nella stessa occasione il presidente ANDI Gianfranco Prada- consente di sviluppare un'offerta di cure odontoiatriche indirizzata alla totalità dei cittadinie non solo ai lavoratori dipendenti, potendo utilizzare il vantaggio del risparmio fiscale che, ora come mai prima, è una variabile dalla quale è impossibile prescindere per fare una proposta economica realmente conveniente”.
Messa così, non ci sarebbe gara, ma in realtà una serie di modifiche alla legge sulla sanità integrativa e diversi dubbi interpretativihanno creato una disparità tra i due percorsi, che ha capovolto i termini della “convenienza”.
Oggi, chi chi aderisce ai Fondi non DOC può accedere alle cure odontoiatriche, perché a chi li eroga basta avere una autorizzazione sanitaria, mentre chi aderisce ad un Fondo DOC è praticamente escluso, perché alle strutture pare essere richiesto l’accreditamento al SSN, strada impossibile per i singoli studi odontoiatrici. Alla chiusura di quel convegno, anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ammise i limiti di questo modello e la necessità di una revisione, ma, causa legislatura in scadenza, la palla fu passata al prossimo esecutivo. Si arriva così a questi giorni, mentre si aspetta un nuovo governo che possa risolvere il problema.
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