Caro Norberto
il tuo ultimo “Didomenica” – senza che ci siamo messi d’accordo, pur lavorando noi sotto lo stesso tetto – mi trova particolarmente stimolato perché quello della “crisi odontoiatrica” è un tema che mi affascina, pur avendo io pochi strumenti per analizzarlo.
Questa credo sia la grave colpa del settore: la colpa è proprio quella di assegnare al dentista stesso il ruolo del sociologo. Lo segnali tu stesso: quasi 4/5 dei colleghi pensa che la crisi sia legata alla sovrabbondanza di concorrenza, più o meno sleale. Il vero problema è proprio questo: inseguire luoghi comuni, che un vago fondamento potranno anche averlo, senza andare alla radice del problema che, come tutte le radici, è ricchissima di ramificazioni.
Perdona la presunzione ma il mio è un punto di vista molto variegato: ho annusato l’eugenolo in fasce, essendo figlio d’arte, ho vissuto la Professione, l’Università, le Società Scientifiche e l’Editoria. Sono stato fortunato e non mi sono fatto mancare nulla. Le trasformazioni del nostro settore sono state le trasformazioni della Società: impossibile non guardare all’epidemiologia, che ho avuto il privilegio di condividere con Laura Strohmenger, una che mastica la materia meglio di ogni altro in questo Paese. Se nel 1977, nella città di Milano, un ragazzino di 12 anni aveva 7,4 carie in media (uso questo termine in modo improprio, giusto per farmi capire) e oggi ne ha 0,5 la colpa è della pletora dei dentisti?
Negli anni settanta, il reparto della domenica di una nota Istituzione milanese sfornava centinaia di “giuggiole” ortodontiche; oggi non c’è più. Sarà cresciuto il numero di colleghi, ma una certa odontoiatria fatta con la rotativa oggi non ha più ragion d’essere.
Le catene, il Belzebù degli anni 2000, a sentir loro non eroderanno più del 20-25% del mercato e c’è da crederci perché loro sì che fanno indagini serie, avendo messo soldi veri.
Possibile che noi dentisti non sappiamo gestire il 75% del mercato, continuando a lamentarci?
Ci lamentiamo perché – vita, ahimè, vissuta – la disponibilità di spesa si è fortemente ridotta; per tradizione familiare, scusa il bisticcio, io e mio padre siamo stati “family dentists”, ovvero professionisti di fiducia delle famiglie. Padri, madri, figli e nipoti; un tempo il patriarca passava due volte l’anno e, senza batter ciglio, chiedeva il conto finale senza ulteriori specifiche. Oggi, le stesse famiglie, chiedono il preventivo per due otturazioni.
Tempo fa mi sono divertito ad attualizzare il prezzo di una corona degli anni settanta ad oggi; nel “secolo scorso” il fatturato di una corona consentiva di comprare dai 5 agli 8 metri quadri di una casa. Oggi, con il prezzo di una corona si compra un quinto di metro quadro….devo andare avanti?
La vera crisi è non capire in quale mondo stiamo vivendo e, Università in testa, non indirizzare la professione verso modelli organizzativi differenti che incontrino i bisogni reali della popolazione. Il mondo necessita di un’odontoiatria qualitativamente riproducibile e valida a un prezzo accessibile, parametri che, sino a oggi, sono stati bellamente ignorati dal 50% della popolazione odontoiatrica, ovvero da quella maggioranza occulta che non si aggiorna, non partecipa e si lamenta. L’evoluzione digitale e tecnologica potrà fornire tutto ciò, le dimostrazioni scientifiche lo testimoniano. Il cosiddetto “mondo odontoiatrico” si ostina a difendere il modello della bottega artigianale in epoca di grande distribuzione.
La crisi è proprio questa: non superare questo modo anacronistico di pensare. “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione….” non è mia; è di un Uomo che aveva scoperto il Mondo nei più intimi dettagli: Albert Einstein.
Con simpatia
Prof. Massimo Gagliani: Referente Scientifico area Odontoiatrica Gruppo EDRA spa
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