Un tempo la pletora, intesa come il numero eccessivo di dentisti, era indicata come una delle principali cause della crisi della professione durante le assemblee ed i dibattiti associativi. Si arrivò anche a chiedere non solo la riduzione dei posti disponibili ai corsi di laurea o la chiusura di alcuni corsi, ma anche la chiusura per qualche anno di tutti i corsi di laurea. Poi è arrivata la Bersani, la pubblicità, le Catene, la mercificazione della professione e la questione del sovraffollamento del settore è passata in secondo piano, anche perché il mercato unico ha spostato la questione, e le difficili soluzioni, fuori dai confini nazionali.
Nonostante di pletora si parli meno, per il singolo dentista la crisi nasce sempre dal collega con lo studio vicino al suo, almeno stando alla ricerca presentata dal Servizio Studi ANDI in Expodental Meeting. Dai dati presentati il 76,6% dei dentisti indica che il principale fattore che ha determinato un calo del fatturato sono i “troppi dentisti rispetto alla dimensione della domanda che viene dai cittadini”.
Qui sta la questione, il rapporto numero dentisti, numero cittadini. E se per i cittadini è facile da individuare il numero dei residenti, lo fornisce l’Istat, più difficile sembra capire quale sia il numero, certo, dei dentisti attivi in Italia.
In queste settimana Odontoiatria33 ha pubblicato un po’ di dati provenienti da fonti diverse, proviamo a confrontarli. Per indicare l’eccessivo numero di dentisti in Italia, rispetto ai cittadini, quasi sempre si prende il dato del numero di iscritti all’Albo degli odontoiatri, ovvero 62.428 (dato al 31 dicembre 2018). Però sappiamo che nel nostro paese ancora quasi la metà degli iscritti (27.937), sono laureati in medicina iscritti anche all’Albo dei medici, e non tutti i 62 mila iscritti all’Albo esercitano la professione di odontoiatria.
L’Agenzia delle Entrate, attraverso i dati degli studi di settore, ha certificato che al 31 dicembre 2017 le partite iva odontoiatriche erano 44.248, ma da queste mancano i dentisti che non rientrano negli studi di settore, tipo gli under 35 o chi ha aderito al regime forfettario (nel 2017 il fatturato massimo richiesto per poter aderire era di 30 mila euro).
Un dato realistico potrebbe essere quello che indica ENPAM sulla base degli odontoiatri iscritti, stimato in 47-48 mila, ci sono un numero di odontoiatri non tenuti a versare i contributi previdenziali per via del fatturato troppo basso.
Quindi, come spesso è stato sottolineato, ci sono circa 14 mila iscritti all’Albo degli odontoiatri inattivi, che poi in prevalenza sono doppi iscritti che hanno scelto di iscriversi anche all’Albo degli odontoiatri ma probabilmente fanno solo i medici o altro.
La questione iscritti all’Albo e reali esercenti, a seconda dei dati presi in esame, modifica e non di poco il rapporto tra dentisti e cittadini e, a seconda del dato che si considera, diventa difficile anche capire come è messa l’Italia rispetto agli altri Paesi. Infatti ogni anno Eurostat, nello stilare la classifica dei Paesi con il più alto o più basso numero di professionisti rapportato alla popolazione, per l’Italia considera i soli iscritti odontoiatri escludendo i doppi iscritti medici; ponendo quindi il nostro Paese in una invidiabile posizione di metà classifica.
Ovviamente, e vale per ogni tipo di professione, mestiere, attività, si vorrebbe avere sempre meno concorrenti possibili e più potenziali clienti. Che poi per le cure odontoiatriche il dato più sensato sulla popolazione lo si dovrebbe stimare su chi si reca dal dentistao ancora meglio su chi avrebbe bisogno di cure, magari analizzando anche il tipo di cure di cui gli italiani necessitano. Ma voglio tornare sul dato inziale preso a quantificare la pletora del settore, il numero degli iscritti all’Albo e l’assunto che vuole che la causa della crescita a dismisura sia stata causata dai troppi corsi di laurea in odontoiatria che sfornano troppi neo dentisti.
Dati alla mano non sembrerebbe così. Serberebbe –e non è la prima volta che lo segnalo e non sono ovviamente l’unico a farlo- che il settore era già abbastanza popolato anche prima dell’istituzione della laurea in odontoiatria, peraltro nato da subito con il numero programmato. Il 1985 è stato l’anno che ha visto i primi laureati in odontoiatria, ed i corsi di laurea non erano neppure gli attuali 36. Non ho trovato il numero aggiornato dei soli laureati in odontoiatria iscritti all’Albo, nel 2013 erano il 44% rispetto al totale degli iscritti (26.360 sui 59.324 iscritti) Poi certo ci sono i laureati all’estero che però sappiamo sono una parte minima, il boom è arrivato solo negli ultimi anni e sono comunque qualche centinaia all’anno.
Ed allora come si giustifica l’impennata che dal 1990 (18.114 iscritti) ha portato ventotto anni dopo ad avere 62.428? O ancora meglio ha portato in soli 5 anni, dal 1990 al 1995, un incremento di 15mila iscritti?
Molto probabilmente quelli erano iscritti all’Albo dei medici che già facevano e da tempo i dentisti e per via della nuova normativa (409/85) sono stati costretti ad iscriversi all’Albo degli odontoiatri per poter continuare ad esercitare. Ma l’obbligo era arrivato una decina di anni prima, direte voi. Certo ma siamo in Italia, vi ricorderete delle varie sanatorie i vari aiutini legislativi per favorire chi non avrebbe potuto iscriversi, ma alla fine ci è riuscito grazie alla legge 386/99, ai corsi attivati, ai ricorsi. Se volete ricordare la questione a questo link un nostro approfondimento. Ed infatti negli anni successivi il numero di nuovi iscritti all’Albo si stabilizzò intorno ai 1.550 all’anno (salvo picchi nei primi anni 2000) per scendere ancora ai giorni nostri a meno di mille, per via anche dell’aumento dei professionisti che abbandonano.
Allora, direte voi, per indiare un numero plausibile di dentisti “attivi” accantoniamo gli scritti all’Albo e consideriamo gli esercenti, i 48 mila iscritti all’ENPAM. Certamente può essere un dato più realistico, però sappiamo che i pazienti si rivolgono agli studi per ricevere le cure e oggi gli studi odontoiatri non sono più solo quelli dove lavora il singolo dentista o più dentisti, ma anche quelli di proprietà del capitale (2.500 circa secondo gli studi di settore 2017). Ma non solo, ci sono anche i grossi poliambulatori medici e le cliniche che offrono anche cure odontoiatriche. E di questi non sappiamo molto, neppure loro riescono a dare dati precisi sulle cure odontoiatriche svolte, perché spesso sono accorpate ai dati delle altre cure ambulatoriali.
Mi fermerei qui, di confusione ne ho fatta abbastanza, certamente i numeri aiutano a dare delle indicazioni, a fare statistica, a guidare le scelte, ma poi, a volte, la realtà sembra essere un po’ diversa e alla fine ha ragione quel dentista che, guardando la propria agenda degli appuntamenti e le tante targhe o vetrine di studi concorrenti che “lo circondano” dice: sono comunque troppi... gli altri.
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