In tempi di competitività dei mercati una delle strategie vincenti è sicuramente, a detta di molti economisti, l’investimento in istruzione, innovazione e ricerca. Parole che nella crisi che stiamo attraversando potrebbero costituire la chiave di volta per migliorare a medio e lungo termine le prospettive del Paese oltre che quelle personali.
Ma qual è la reale situazione occupazionale dei giovani laureati in Italia?
Dal rapporto recentemente presentato dal Consorzio interuniversitario almalaurea emerge una fotografia chiara della situazione. La ricerca ha coinvolto 300.000 laureati di 47 università italiane di cui 140.000 laureati nel 2007 intervistati a un anno dalla laurea. La maggioranza (105.439) con laurea breve (3 anni), 30.355 con laurea specialistica (3 + 2 anni) e 7.715 laureati specialistici a ciclo unico (come medici, veterinari).
Il rapporto analizza anche quelli che sono gli investimenti in termini di spesa pubblica destinati all’università e i dati che emergono sono sconfortanti: tra i Paesi europei l’Italia è quella che destina minori risorse all’istruzione universitaria (0,78% del Pil rispetto all’1,32% degli Usa, del 1,21% della Francia, 1,16 della Germania e ben il 2% dei Paesi scandinavi). Le cose non vanno meglio se si considerano gli investimenti in ricerca e sviluppo: l’Italia rimane fanalino di coda tra i Paesi industrializzati con l’1,10% del Pil. Tutto ciò si traduce in un numero di laureati pari a 17 su cento rispetto ai 22 della Germania, dei 39 della Spagna, dei 41 della Francia che limitano l’offerta di risorse umane qualificate sui mercati internazionali.
Quindi, premesso che l’Italia investe poco e che il numero dei laureati è comunque inferiore al necessario, il rapporto analizza la situazione occupazionale dei laureati a un anno dalla laurea confrontando la situazione tra il 2001 (prima della riforma) e il 2008. Tra i dati pubblicati emerge che, rispetto all’anno precedente, il tasso di occupazione subisce un calo dello 0,5%, mentre aumenta del 3% il tasso di disoccupazione e si riduce del 6% la quota di laureati occupati. Nonostante ciò si conferma che l’alto livello di istruzione risulta premiante nell’arco della vita lavorativa (25 -64 anni) perché i laureati risultano avere un tasso di occupazione pari al 78% rispetto al 67% di chi ha conseguito un diploma di scuola superiore con ripercussioni anche sul reddito che nel 65% dei casi è più elevato rispetto a quello dei diplomati.
I livelli di occupazione variano secondo il percorso di studi: nel 2007 i più occupati sono risultati essere i medici e i professionisti sanitari con l’84,4% (non è stata fatta una suddivisioni delle possibilità dei vari professionisti della salute), seguiti dai chimici farmaceutici con il 33,1%. Il guadagno netto è pari a 1.304 euro per medici e professioni sanitarie e 930 per i chimici-famaceutici. I laureati specialistici nel 2007, a un anno dal conseguimento della laurea, lavorano nel 97,7% se sono medici e professionisti della salute, dei quali il 91,8% ha un contratto a tempo indeterminato, mentre il 3,1% come lavoratori autonomi e il resto con rapporti di collaborazione a tempo determinato. Il guadagno mensile per un medico specialista è pari a 1.530 euro.
La maggior parte dei laureati, dopo cinque anni dalla laurea, è entrato nel mondo del lavoro: il tasso di occupazione per i laureati del 2003 è pari all’84% e la stabilità del lavoro coinvolge il 70% degli occupati.
Per quanto riguarda le retribuzioni, la situazione registra un peggioramento negli ultimi quattro anni con una riduzione circa del 6% e un guadagno netto mensile pari a 1.343 euro, con il medico che raggiunge i 2.026 euro, seguito dall’ingegnere con 1.678.
GdO 2009; 7
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