La notizia è che dopo alcuni anni torna il dibattito sul numero dei posti per l’accesso al corso di laurea in odontoiatria e sugli italiani che si laureano all’estero. Da sempre il tema del numero chiuso, il termine corretto è numero programmato, è fonte di scontro anche perchè, ancora oggi lo si intente come lo strumento per contingentare i futuri professionisti che entreranno sul mercato. Cosa che lo è nella partica anche se, per evitare ricorsi (che peraltro ogni anno vengono presentati) i numeri indicati sono giustificati sulla base di un presunto fabbisogno e della capacità formativa dei singoli atenei.
La polemiche sulla pletora odontoiatrica nasce dall’istituzione della facoltà di odontoiatria separata da medicina e con l’attivazione del numero chiuso prima e programmato dopo. Il dito è sempre stato puntato verso i giovani odontoiatri anche se, ed i numeri sembrano indicarlo, la professione era già molto popolosa negli anni ottanta per via dei tanti laureati in medicina che esercitavano.
A mettere ulteriore benzina sul fuoco della polemica arrivò a metà degli anni 2000 l’Europa consentendo la libera circolazione dei professionisti e di conseguenza anche della loro formazione. Un ingegnere, un avvocato, un medico ed anche un odontoiatra poteva e può andare a studiare in una università straniera e vedersi riconosciuto il titolo nel proprio Paese.
A differenza di altre professioni in alcuni Stati e quasi solo per odontoiatria, quello di offrire la possibilità agli studenti di altre nazioni di iscriversi a Università private è diventato un vero e proprio business, oltre che l’opportunità per i giovani studenti di poter diventare dentisti.
In un primo tempo la Romania poi la Spagna, ed ora il Portogallo, cominciarono ad attrarre studenti italiani che non riuscivano a passare il test in Italia. Se in Romania alcuni casi di cronaca, sui quali intervenne anche il Ministero della Salute, fecero passare l’idea che andare a studiare all’estero fosse un “laureificio”, in Spagna presto si capi che l’offerta era valida anche dal punto di vista della qualità della formazione.
Peraltro, oggi un italiano che si laurea in Spagna lo fa un anno prima di uno studente italiano.
Nel 2009, attraverso una mia inchiesta pubblicata su Il Giornale dell’Odontoiatra, informai il settore del fatto che il fenomeno stesse crescendo, in tre anni gli italiani che avevano scelto di studiare in una delle due Università spagnole private erano passati da 30 a 200. A riprova di come sia un business e non solo rivolto ai cittadini italiani, in Spagna in 10 anni da due, le Università private sono salite a sette.
Considerando i circa 200 studenti italiani laureati in Spagna forse una riflessione la si potrebbe anche fare su quei più o meno 2 milioni di euro che finiscono nelle casse delle università spagnole in un anno, per non considerare quanto quei 200 studenti hanno speso in 5 anni per vivere in Spagna.
In questi ultimi anni il numero dei laureati italiani all’estero si è stabilizzato sui 350-400 ogni anno. 354 nel 2019 le lauree conseguite da cittadini italiani all’estero riconosciute dal Ministero della Salute, come vi abbiamo informato attraverso una nostra inchiesta.
Prevalentemente sono figli o parenti di dentisti in attività, anche perché investire le cifre necessarie per laurearsi in Odontoiatria oltre confine (almeno 100 mila euro in retta universitaria oltre al soggiorno) non è un investimento da tutti e soprattutto per chi non ha uno studio di famiglia ed è destinato alla collaborazione per anni, probabilmente anche sottopagata.
E arriviamo al punto del dibattito nato in questi giorni dopo la pubblicazione del decreto del MIUR sul numero dei posti per i vari atenei sede di corso di laurea. Aumentati ancora rispetto agli anni scorsi.
La CAO li giudica troppi e indica che andrebbe almeno sottratto il numero degli italiani laureati all’estero.
Sul tema è difficile fare considerazioni che siano esaustive, che possano toccare tutti gli argomenti critici sul tema: dal metodo adottato per selezionare chi potrà iscriversi e quindi diventare un dentista, al diritto allo studio passando ovviamente per gli sbocchi professionali a disposizione dei futuri laureati.
La CAO ha certamente ragione, i 350 italiani laureati all’estero che tornano in Italia per lavorare si sommano ai circa 800 studenti che si laureano quest’anno (stando ai posti definiti 6 anni fa). 350 italiani che probabilmente, a differenza dei giovani odontoiatri laureati in Italia, un posto di lavoro lo avranno già nello studio di famiglia.
Sul tema del numero dei posti è intervenuto nei giorni scorsi il dott. Fulvio Campolongo del Collegio italiano primari ospedalieri, ricordando che si dovrebbe lavorare per dare anche uno sbocco professionale nell’odontoiatria pubblica. Altro tema a cui si dovrebbe dedicare convegni e dibattiti e sul quale non si parla più seriamente da anni. Sulla difficoltà di attivare un servizio di odontoiatria pubblica leggete la denuncia dell’ANSOC.
Quindi, sul tema accesso alla professione, si potrebbe parlare per mesi sapendo che tutte le posizioni che emergono, sono allo stesso tempo corrette e opinabili.
La prima domanda da porsi è però se sia giusto decidere quanti professionisti dovranno laurearsi e se come sembra si è deciso lo sia, come stabilire quel numero.
Sulla base delle richieste di futuri odontoiatri sembra la risposta più ovvia. Ma come si fa a stabilire quanti dentisti servono in un settore prevalentemente in mano al privato?
Perfino a medicina, dove lo sbocco pubblico è predominante, c’è dibattito. Tutti chiedono più medici ma la FNOMCeO non chiede più laureati in medicina ma più posti in specialità per poter inserire medici in corsia, mentre il MIUR aumenta i posti dei futuri laureati, che poi non riusciranno a trovare un posto in specialità (e quindi un lavoro) perché i posti non sono calibrati sui laureati e a quanto pare neppure sulle richieste degli ospedali, ma probabilmente solo sui bilanci visto che lo specializzando è un costo per lo Stato. Mentre lo studente costa alle famiglie e porta introiti alle Università.
Se non è semplice per medicina, figuriamoci quanto lo può essere per Odontoiatria che per il 95% è caratterizzata dalla libera professione ed il trend, almeno ad oggi, non sembra più nemmeno indicare nello studio proprio l’unico modello di esercizio della professione.
Capire il bisogno di salute e stabilire quanti dentisti serviranno potrebbe essere la soluzione più corretta, ma in Italia non sappiamo neppure con precisione quanti siano gli studi odontoiatrici attivi, i liberi professionisti collaboratori, il numero di ambulatori odontoiatrici pubblici e quanti e quali prestazioni erogano. Sicuramente si potrebbe ipotizzare un fabbisogno europeo di professionisti, vista la libera circolazione, anche se poi, guardando i dati di quanti dentisti stranieri vengono a lavorare in Italia in modo definitivo, quindi chiedendo il riconoscimento del proprio titolo, mi sembra siano decisamente pochi.
Quindi se deve essere scontata la risposta affermativa (anche se io la lascerei in dubitativo) al fatto che sia giusto limitare il numero di posti, la vera domanda alla quale non c’è una risposta è: quali sono le basi su cui si deve individuare il numero di odontoiatri che potranno lavorare in Italia tra almeno 6 anni?
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