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23 Settembre 2018

ECM e la questione di chi paga la formazione e le differenze tra dipendente e libero professionista

Norberto Maccagno

Qualche giorno fa viene in redazione un importante docente universitario e relatore di fama che con EDRA sta realizzando un libro di prossima uscita. Chiacchierando, mentre prendiamo un caffè, non so perché cominciamo a parlare di ECM.  

“Ogni anno faccio decine di relazioni e corsi ECM”, mi confessa, “ma non chiedo mai i crediti, l’ECM è una buffonata, mi vengano a dire qualche cosa”. 

Già, è forse in queste parole che sta l’essenza del problema ECM: efficacia e controlli. 

Se il nostro amico relatore ne fa una questione di metodo, il sistema non serve per garantire un aggiornamento efficacie, per la maggior parte dei dentisti la questione è di opportunità: non ci sono controlli ed allora perché devo perdere tempo e sbattermi per seguire conferenze o corsi. 

Il sistema di Educazione Continua in Medicina è “attivo” dal 2002, imposto da una legge del 1999. Fin da quando è nato, tra le tante criticità che sono state poste, vi era la disparità di trattamento tra operatori sanitari dipendenti ed i liberi professionisti.  

Ai primi è l’azienda che dovrebbe garantire la formazione, anche con la possibilità di prendere permessi retribuiti (all’inizio erano le stesse Aziende sanitarie che avrebbero dovuto organizzare le ore di aggiornamento per i dipendenti), mentre per i liberi professionisti i costi della formazione era a loro carico,e fino a pochi anni fa neppure detraibile a pieno. 

Poi c’è la Deontologia. Il Codice di deontologia medica impone all’iscritto di aggiornarsi al di la di chi paghi l’aggiornamento, quindi il medico o quei pochi dentisti dipendenti dell’Asl devono comunque provvedere.

Ma alla fine la questione è quella che si diceva prima: chi controlla? Dovrebbe farlo l’Ordine e sembrerebbe che da gennaio 2019, stando dalla circolare FNOMCeO di qualche mese fa, il periodo del “chiudo un occhio” finisca.  

E forse, proprio in vista di questo voler/dover verificare ed eventualmente richiamare gli iscritti che non si sono aggiornati ed il probabile rischio di trovarne molti (recenti dati indicano che gli iscritti in regola con i crediti sono solo la metà), il presidente FNOMCeO Filippo Anelli -partecipando ad un convengo a Bari sul tema- ha evidenziato come “il nodo dell’aggiornamento professionale sta nella carenza di personalee quindi nel tempo – circa 170 ore all’anno – che per contratto i medici dovrebbero dedicare alla formazione all’interno dell’orario di lavoro e che invece viene dedicato all’assistenza”. 

“Mai come nel 2018 abbiamo ricevuto da parte di colleghi segnalazioni di difficoltà persino ad usufruire delle ferie estive a causa della carenza di personale. – ha puntualizzato Giovanni Leoni, Vicepresidente FNOMCeO – “In alcuni casi sono state bloccate le ferie ai dipendenti perché si dovevano comunque garantire i servizi ai cittadini".

In un contesto di questo tipo, hanno evidenziato da FNOMCeO, “l’aggiornamento professionale diventa una chimera”. 

Ma per i liberi professionisti questo è sempre stato il problema centrale, dover chiudere lo studio per aggiornarsi. E ritorniamo alla questione posta prima, però tutti gli iscritti all’Ordine devono aggiornarsi, siano dipendenti o lavorino in proprio.  

A mio parere il vero problema del sistema ECM, ma di tutti i sistemi che regolano la formazione obbligatoria dei professionisti (avvocati, ingegneri, giornalisti e via elencando), è legare l’obbligo ad un numero di crediti definito che alla fine sposta l’obiettivo: non aumentare le proprie conoscenze ma raccogliere i “punti”. Così a fine anno, per raccogliere i punti che mi mancano, eccomi a seguire corsi organizzati dal mio Ordine sul vino (io che mi occupo di sanità e sono persino astemio) o alcuni di voi che si “abbonano” ad un percorso formativo annuale: “se non puoi partecipare passa poi in studio a farmi firmare il questionario già compilato”, mi hanno raccontato alcuni. 

Non saprei indicare come dovrebbe funzionare il sistema “perfetto”. Per contenere i costi, ed evitare di chiudere lo studio, indubbiamente la FAD è uno strumento utile, per evitare la corsa ai crediti potrebbe essere utile lasciare ai professionisti la facoltà di decidere quali e quanti corsi fare, magari dando all’Ordine il compito di verificare che qualcosa faccia e valutare se il percorso effettuato è veramente utile al suo aggiornamento. Il nostro amico professore universitario, docente, relatore, ricercatore avrà esigenze formative differenti da un neo laureato, allora perché devono raccogliere lo stesso numero di “punti”? 

Comunque qualcosa ci si dovrà inventare, ha ragione il nostro autore: "così mi sembra una cosa che non serve a molto".       

 
 

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