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07 Ottobre 2018

Abolizione del test: la scelta del modello tra investimenti e possibilità lavorative. Ma al futuro dei giovani si pensa?

Norberto Maccagno

Tra le notizie della settimana c’è certamente quella che ha riguarda i test di ammissione a medicina ed odontoiatria, e non solo per la pubblicazione della graduatoria unica. Come ogni anno si riaccende il dibattito sulla loro abolizione e la conseguente necessità di trovare un’alternativa.

Per la verità quest’anno il dibattito è stato reso ancora più attuale dall’allarme sulla possibile carenza dei medici tra una decina di anni, e forse anche prima se le promesse elettorali di riforma della Fornero toccheranno anche la classe medica. 

Per il Ministro Grillo i test vanno aboliti per introdurre un modello che permetta di premiare i più meritevoli. L’idea del Ministro è quella di prendere spunto dal modello francese che prevede libero accesso al primo anno e sbarramenti successivi in modo da premiare il merito, anche se, ammette il Ministro, in questo modello ci sono dei pro e contro, “ma può essere una buona base di partenza per migliorare il sistema attuale”. 

Le criticità sono per esempio quelle del numero di scritti che potrebbero “invadere” gli atenei il primo anno: a settembre hanno sostenuto il test oltre 59 mila studenti. Alcuni esempi l'Università di Milano al primo anno si troverebbe quasi 4 mila iscritti contro gli attuali 350, Torino 3 mila contro i 283, Roma quasi 6mila contro gli attuali 387, Napoli oltre 4.500 contro gli attuali 326. Per rendere l'idea, se si adottasse il modello francese, l'ateneo partenopeo al primo anno dovrebbe accogliere e formare un numero di studenti pari alla capienza del palazzetto dello sport di Torino dove gioca la locale squadra di serie A di basket.  

La foto che accompagna questo DiDomenica è stata scattata durante il test di ammissione del San Raffaele nel 2016 e potrebbe dare l’idea di una lezione del primo anno a medicina con il modello francese.

Lo ha ricordato anche il professor Gaetano Manfredi, presidente dei rettori delle Università italiane, facendo notare che se questo esercito di studenti arrivasse di colpo a Medicina, non potrebbe trovare aule, laboratori e professori, mettendo a repentaglio anche la qualità dei corsi. A meno di un forte aumento dei fondi per gli Atenei. “Si possono aumentare i posti disponibili anche del 50%, arrivando a 15 mila accessi, ma togliere il numero chiuso non si può”, ha detto. 

Poi il modello francese nasconde un altro rischio, quello evidenziato dal prof. Massimo Gagliani quando abbiamo informato della proposta di legge dell’On. Stefano Bertacco ovvero: “Per accedere alla Facoltà di Medicina o Corso di Odontoiatria, oggi bastano poche decine di euro, tre mesi di studio intensi, magari un piccolo corso di formazione per allenarsi ai test. L’apertura consentirebbe uno o due anni di studio a non meno di 3.000 euro cad per poi sentirsi dire: mi dispiace, ma la tua media del 27 non ti consente di proseguire, ci sono sessanta persone più brave di te che hanno conseguito punteggi dal 27,1 in su. Dopo aver “succhiato” loro 6000 euro, dove li mandiamo?” 

Altro rischio lo aggiungo io, sperando di non offendere nessuno. Lasciare in mano il destino di uno studente all’umore del professore, a come va quell’esame, è veramente il sistema che garantisce che quello studente sarà un bravo medico? Ci potrà sempre essere il rischio che qualcuno dica, “ma quello era amico del professore”, “io ho saputo meglio” oppure “a me ha chiesto cose impossibili solo per bocciarmi”… e vai di ricorsi. 

Oggi supera il test chi è veramente preparato, la selezione la fanno le domande di chimica, matematica, fisica. Leggete le domane, da tempo non viene più chiesto il nome della moglie di Totti o il colore predominante dei quadri di Monet, le domande sono impegnative.

Quest’anno ho fatto un giro al campus di Torino che ospitava i test, molti studenti con cui ho chiacchierato erano la seconda o terza volta che ci provavano, era tutto l’anno che studiavano. 

Questo per medicina ma lo stesso discorso può valere per odontoiatria?

Tra qualche anno ci sarà carenza di medici nelle strutture pubbliche, quindi posti come dipendente, ma per odontoiatria dove la pletora da sempre è indicata come il problema della crisi, serve una revisione del modello di accesso o ancor di più un aumento dei posti disponibili? Considerando che sbocchi pubblici sono rari?

Per il presidente CAO Raffaele Iandolo “si deve smetterla di proporre riforme improvvisate e senza prima fare i conti con la realtà” e sull’abolizione del Test ritiene che certamente vada rivista la modalità di accesso ma è indispensabile che venga fatta “una programmazione organica, non un’apertura indiscriminata a tutti, che rimandi semplicemente nel tempo il problema, peraltro ingigantendolo con ulteriori difficoltà”. 

Il dibattito ha come obiettivo quello di capire quale possa essere il modello migliore per selezionare i futuri medici e dentisti.

In un “mondo perfetto”, quello di consentire a tutti i ragazzi di scegliere il percorso formativo che vogliono, lasciando che sia prima l’università e poi il mondo del lavoro a selezionare, sarebbe la soluzione più giusta.  

A volte, però, nel dibattere ci si dimentica dei ragazzi, oggi non c’è lavoro, non ci sono opportunità e se non possono neppure più ambire a studiare che fanno? Chi può permetterselo va all’estero, ma gli altri? 

Ecco, il futuro dei giovani è uno degli aspetti che nel dibattito non è stato toccato. E’ giusto impedirgli di fare cosa ambiscono fare, o ameno di tentare di farlo, di scoprire se quella è la loro strada, dimostrare che possono riuscirci?

Certo che non è giusto formare più medici o dentisti di quanti servano, ma la programmazione non si può basare quasi esclusivamente sulla capacità formativa degli atenei: peraltro condizionata dal fatto che non ci sono soldi per incrementare le strutture o assumere professori.  Ha ragione chi dice che un laureato se non trova lavoro è uno speco, uno spreco di risorse per lo Stato che lo ha formato ed anche per le famiglie e gli stessi ragazzi che dopo aver speso soldi e studiato tanto, si trovano senza certezze.

Vero, ma credo che imporre a migliaia di ragazzi di non poter provarci volgia dire penalizzare il loro futuro. L'impressione, però, è che oggi la situazione del nostro Paese sia tale da faticare a far quadrare il presente, figuriamoci pensare al futuro. Quindi test e programmazione seria che premi i più preparati garantendo un posto di lavoro una volta laureati, sembra essere indubbiamente la soluzione migliore, anche se non quella giusta.


 
 

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