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16 Settembre 2018

Limitare il grande per aiutare il piccolo. Ma è questa la soluzione utile?

Norberto Maccagno

Sergio (nome di fantasia) da sempre è il macellaio di Mongardino, un piccolo paesino di 700 anime immerso nelle colline del Monferrato dove con i miei genitori ci rifugiavamo nei mesi estivi. Una trentina di anni fa la “main street” del paesino si sviluppava dalla piazza del benzinaio fino a quella del Comune. In quella breve distanza si trovano tutte le attività commerciali del paese: la pesa pubblica, il bar, una pizzeria, la banca, la farmacia, un negozio di alimentari, il giornalaio tabacchino e la macelleria di Sergio. Al fondo la bocciofila con all’interno un altro piccolo bar.  

Con il passare degli anni gli esercizi commerciali hanno cominciato a chiudere per via dell’età dei titolari che non hanno trovato chi fosse disposto a rilevare la loro attività. Via il benzinaio, via il bar e la pizzeria, via il negozio di alimentari e tabacchino. E la macelleria di Sergio cercava di adattarsi alle esigenze degli abitanti, con il sostegno dell’amministrazione comunale: così sono comparsi in negozio qualche prodotto di prima necessità, i giornali ed anche una macchinetta del caffè con le cialde per i clienti amici, due sedie con il tavolino per fare quattro chiacchiere.  

Lo scorso anno Sergio ha chiuso, è andato in pensione: anche lui non ha trovato nessuno disposto a rilevare il negozio. Ora a Mongardino è rimasta aperta la banca e per due giorni la settimana la farmacia, anche la bocciofila non ha più il bar, le norme ne hanno imposto la chiusura.   Mi è venuto in mente Sergio nei giorni scorsi quando, come oramai capita settimanalmente, il ministro di turno ci annuncia che interverrà su uno dei temi “fondamentali” per il nostro Paese, uno di quelli su cui si deve intervenire con urgenza. Il problema settimanale posto sotto i riflettori social per attirare l’attenzione della “gente”, è stato quello dell’apertura domenicale dei centri commerciali.  

Che attinenza ha questo argomento con il settore odontoiatrico?  

Secondo me ci sono molte analogie con la “lotta” tra Catene e studio monoprofessionale, e non solo perché gli studi delle Catene sono anche nei centri commerciali.

Cominciamo dalla prima questione posta dal Ministro Di Maio: chi è costretto a lavorare la domenica trascura la famiglia. Vero, anche se molti di loro sono costretti perché nel nostro Paese quella è la loro unica opportunità di lavoro e impedendo l’apertura domenicale si troverebbero nuovamente senza lavoro. Stesso discorso per molti giovani dentisti che lavorano negli studi di proprietà delle Catene: speso quella è l’unica possibilità che hanno per fare pratica e guadagnare, perché negli studi mono professionali non trovano spazio. Se avessero altre opportunità magari nelle Catene, nei service pubblici o nei low-cost, non andrebbero a lavorare e di conseguenza quei centri non potrebbero esercitare per mancanza di chi cura i pazienti. Così come i centri commerciali che, senza cassiere o commessi, non possono esistere.  

Altra questione sollevata dal Ministro Di Maio è la concorrenza che le grosse strutture fanno ai piccoli esercizi commerciali. Stesso timore dei titolari dei piccoli studi verso le più organizzate Catene che comunque offrono un servizio, come i centri commerciali, per quei cittadini che durante la settimana lavorano fino a tardi e non riuscirebbero a fare la spesa o farsi curare un dente. E non tocco la questione “prezzi”.  

La ricetta del Ministro Di Maio “per porre fine a tutto questo”, è quella di contingentare le aperture: potranno stare aperti, a rotazione, solo il 25% del totale degli esercizi commerciali di quella città. Lasciando da parte il dato riportato da alcuni analisti che facevano notare che oggi gli esercenti aperti la domenica, salvo eccezionali occasioni, sono già meno del 25%, è giusto che la soluzione sia sempre il vietare?  

Sergio ha chiuso per limiti di età e perché non ha trovato persone disposte a sostituirlo, spesso spaventati non dalla concorrenza del centro commerciale -il primo nella zona è a 20 kilometri di distanza- ma dalla burocrazia che spesso non distingue il piccolo dal grosso. Un po’ come sta avvenendo anche in odontoiatria, difficile trovare un giovane che rileva lo studio ed il piccolo studio non riesce a stare dietro alle norme pensate per regolamentare la grossa attività.  

Il piccolo negozio nel paesino, nel quartiere, ha anche delle funzioni sociali così come può averlo lo studio medico e quello odontoiatrico. Si dovrebbe cercare di aiutarlo, incentivarlo piuttosto che pensare a limitare l’esercizio di altre attività.  

Qualche giorno, fa parlando con un presidente provinciale CAO, mi raccontava che era appena tornato da una riunione in Regione sulle autorizzazioni sanitarie e vorrebbero imporre a tutte le strutture, grandi cliniche o piccoli ambulatori è indifferente, un sistema per raccogliere, tracciare ed archiviare le lamentele dei ipazienti. “Ma in studio siamo io e la mi assistente”, mi diceva, “i miei pazienti non hanno bisogno di andare su internet per lamentarsi, me lo dicono in faccia”.  

Ministro Di Maio, è vero che siete stati eletti dalla maggioranza (relativa) dei cittadini di questo Paese, ma siete stati eletti per fare cose utili che possono fare crescere l’Italia e non per togliere, imporre, obbligare. Il vostro doveva essere il Governo del fare non del togliere.  

E poi Ministro Di Maio, se alla domenica i centri commerciali rimangono chiusi, in estate il Ministero della Salute dove consiglia di andare agli anziani nelle ore calde?      

 
 

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