Le vicende di alcune Catene spagnole, ed italiane, confermano che il vero problema per pazienti e non solo si chiama "finanza creativa" e non cure.
Qualche settimane fa ricevo una mail da parte di un paziente di una Catena con alcuni studi in qualche regione italiana di cui si era occupata anche Striscia la Notizia e la Rai. Aveva letto dei nostri articoli. Lui era uno dei clienti di uno studio attivo nel Veneto, era anche stato ospite di una trasmissione Rai per raccontare la sua disavventura clinica. Nella mail mi informa che lo studio dove si era rivolto aveva chiuso, ma successivamente era rinato con altra ragione sociale e proprietari. Secondo il racconto la proprietà sarebbe del figlio del primo proprietario, un iscritto all’Ordine dei medici che aperto il primo studio aveva poi passato buona parte delle quote societarie alla moglie, successivamente erano stati aperti gli altri centri. Lo studio aveva poi chiuso e, secondo il lettore, ora riaperto con nuova ragione sociale e proprietario: il figlio dell’iscritto all’Ordine. Nella mail mi ha anche allegato tutta una serie di visure camerali. Ho passato per conoscenza la mail al presidente dell’Ordine dove il primo proprietario è iscritto. Il paziente mi ha anche raccontato che, a seguito della comparsata in televisione e di alcuni post e messaggi postati su siti e pagine Facebook, il legale della Società lo ha diffidato minacciando querela. Cosa che aveva fatto anche per i nostri articoli.
Seconda notizia.
Venerdì abbiamo ripreso quanto pubblicato da un’agenzia di stampa spagnola in merito alla notiza della decisione di un Fondo d’investimento di voler interrompere le trattative per acquisire la maggioranza del Gruppo Dentix perché non convinto dei “bilanci” presentati.
Notizia simile a molte altre trattative finanziare che intercorrono tra aziende e fondi d'investimento in molti settori, e poi si interrompono per vari motivi.
A preoccupare l’agenzia di stampa spagnola il fatto che il Fondo d’investimento, negli anni, avrebbe prestato al Gruppo Dentix circa 160 milioni di euro e quindi, ora che non sarebbe più interessato all’acquisto, potrebbe richiederne la restituzione mettendo in crisi di liquidità il Gruppo di cliniche dentali. Anche se, secondo quanto ci ha riferito Dentix Italia, non dovrebbero essere imminenti problemi visto che il Gruppo fattura in tutto il mondo 400 milioni di euro. Ma capiamo le preoccupazioni della stampa iberica, visto che in Spagna il tema Catene è ancora "caldo" per via delle vicende Vitaldent ed iDental, per citare quelle che hanno avuto più spazio mediatico anche oltre confine.
Vicende con esisti diversi: quella giudiziaria che ha toccato la vecchia proprietà Vitaldent non ha creato problemi a pazienti e collaboratori in quanto si è subito trovato un nuovo acquirente, mentre quella che ha interessato iDental ha portato al fallimento del Gruppo con 450mila pazienti lasciati senza cure e molti di loro con le cure già pagate, ed ancora da completare.
Terza notiza.
Sempre sul tema iDental, nei giorni scorsi, il quotidiano svizzero Gotham City, ha pubblicato un articolo in cui informa del fatto che una delle più note aziende produttrici di impianti dentali al mondo, con sede in Svizzera, sia tra i creditori del Gruppo iDental per circa 16 milioni di euro. Doveroso segnalare che l’azienda leader nella produzione di impianti, nel 2018 ha fatturato 1,3miliardi di franchi, stando a quanto ha pubblicato i giornale scvizzero. Il collega svizzero che ha scritto il pezzo, (lo abbiamo interpellato perché la lettura dell’articolo è riservata ai soli abbonati), mi scrive che dalle carte processuali che avrebbe avuto modo di leggere, emergerebbe che la ditta di impianti avrebbe prestato nel 2017 (in due versamenti) a iDental 14 milioni di euro, mai restituiti, ai quali si aggiungerebbero 2,5 milioni di euro di impianti forniti ma non pagati. Ho chiesto al collega se si era fatto un’idea del perché l’azienda avrebbe versato una tale cifra al Gruppo iDental, a fronte di un giro d’affari che sembrerebbe ben più modesto, ma anche lui non immagina il motivo.
Cosa legano le tre storie appena raccontate?
Certamente il fatto che interessano Gruppi finanziari che gestiscono studi odontoiatrici, ma potrebbero essere contestualizzate in qualsiasi altro ambito produttivo o commerciale del nostro Paese e del Mondo. Fallimenti, bilanci, acquisizioni, prestiti non onorati, fanno parte delle cronache finanziarie, e le conseguenze negative di una “finanza creativa” di quelle giudiziarie.
Il paziente che si è rivolto allo studio nel Veneto della società poi chiusa, può (sulla carta) rivalersi per le presunte cure mal eseguite sugli odontoiatri che l’hanno curato, così come hanno fatto molti dei pazienti in cura da iDental che hanno subito cure errate; sempre che sappiano chi li ha curati e possano dimostralo.
Ma quelli che hanno attivato e cominciato a pagare i finanziamenti, quelli che hanno versato acconti, come possono rivalersi nei confronti di una società fallita? Possono farlo come creditori, come fanno i fornitori che non si sono visti pagare le fatture per il materiale fornito. Ma sappiamo che poi, alla fine dell’iter giudiziario, nei fallimenti la liquidità disponibile per i risarcimenti è sempre insufficiente ad accontentare tutti.
Da sempre lo scontro tra i sindacati dei Dentisti e quello delle Catene è sulla mercificazione della cura, intesa come esclusivo obiettivo quello di fare business, sulla qualità delle cure, prestazioni non necessarie e conseguenti rischi per la salute dei cittadini. Ma a garanzia del paziente per quanto riguarda la qualità delle cure, il legislatore ha già messo dei paletti che dovrebbero servire ad evitare problemi: maggiore responsabilità per il direttore sanitario e l’obbligo che ad effettuare le cure sia (e ci mancherebbe) solo l’odontoiatra abilitato. Entrambi, direttore sanitario e odontoiatra curante, sono sotto il controllo dell’Ordine ed a rischio sanzione fino alla radiazione.
Mi direte che questi vostri colleghi, però, sarebbero costretti dalla proprietà a proporre quelle cure che più rendono economicamente e non quelle necessarie al paziente. Ma se questo è vero, non sarà anche colpa dell'odontoiatra che accetta di proporre al paziente che sta curando una terapia che sa benissimo che non è necessaria ma la più redditizia? Un medico che accetta le imposizioni della proprietà accantonando i propri principi dentologici ed etici, potrebbe ignorarli anche se lavora nel proprio studio.
Invece si continua a non fare notare alla politica la questione che le norme che regolano le società di capitale magari possono garantire (ma non lo fanno neppure in altri ambiti) quando si parla di commercio, industria, ma non quando ad essere interessati sono i cittadini ed ancora peggio i pazienti.
Dalla visura camerale inviatami dal paziente che si era rivolto allo studio in Veneto, emerge che il capitale sociale della nuova società, quello che dovrebbe essere a garanzia dei fornitori, è di 10 mila euro. Una cifra che non basterebbe neppure per ridare quanto versato di acconto ad un solo paziente in cura per una complessa ricostruzione protesica.
E' su questo aspetto che servirebbe sensibilizzare il legislatore, la politica, i consumatori e chiedere interventi in merito.
La soluzione (l'avevo già scritto) potrebbe essere quella di un fondo di garanzia in base al fatturato annuo che ogni singolo studio registra. Una percentuale da versare su di un conto bancario a garanzia dei pazienti. E in alcuni ambiti questo già avviene.
Se al dentista libero professionista è chiesto di mette i suoi beni personali e quelli dei suoi familiari a garanzia della sua attività professionale, anche il paziente che decide di affidarsi ad una struttura di proprietà di una società deve avere la garanzia che, in caso di chiusura della struttura, almeno i soldi versati per cure che non ha ancora ricevuto possano essergli restituiti. I finanziatori in sanità sono sicuramente un aspetto positivo sia per i pazienti che per i dentisti, le regole che dovrebbero tutelare la salute dei pazienti (sulla carta) ci sono, ora serve scrivere quelle per tutelarli dai rischi della finanza spregiudicata.
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