Sulla questione del diploma di specialità e della possibilità di collaborare o partecipare ai concorsi da dirigente medico nel SSN non potevamo non chiedere il parere dell’Università che, negli anni passati, tanto si era spesa per fare riattivare proprio le scuole di specialità odontoiatriche. E a rappresentare l’Università non poteva che essere il prof. Roberto Di Lenarda (nella foto), presidente del Collegio dei Docenti in odontoiatria che, però, amplia gli argomenti da approfondire ricordando come i temi toccati dalla CAO nell’incontro con i Ministri dell’Università e della Salute, “sono e non da oggi, oggetto di riflessione e concrete proposte operative da parte dell’Università, cui peraltro, in gran parte, competono”.
Allora abbiamo provato a toccare alcuni di questi temi accorgendoci, come spesso capita, che vedendo le questioni da punti di vista differenti si riesce a cogliere il problema nella sua interezza e le soluzioni non potranno che essere più “giuste”.
Prof. Di Lenarda, cominciamo dalla possibilità o meno per un laureato in medicina, ma anche in odontoiatria, di iscriversi ad entrambi gli albi e, volendo, esercitare entrambe le professioni.
Premesso che un dato indiscutibile è la necessità, stabilita anche dalle norme europee oltre che dal buon senso, che l’odontoiatria possa venire esercitata esclusivamente dal laureato in odontoiatria, la recente discussione aperta sul tema della possibile contemporanea iscrizione ad entrambi gli albi per i laureati con doppia laurea (in odontoiatria e protesi dentaria ed in medicina), ha riportato alla ribalta la nostra proposta, che va per altro condivisa con la conferenza dei corsi di laurea in medicina e chirurgia e la conferenza presidi delle Facolta di medicina, di creare il primo biennio o, auspicabilmente, triennio comune tra i due corsi di laurea. I vantaggi, che stiamo cercando di spiegare da anni, sarebbero una semplificazione degli scorrimenti della graduatoria dei test di ingresso, un innalzamento delle conoscenze “mediche” dei laureati in odontoiatria, la possibilità per i laureati di entrambi i corsi di iscriversi al terzo o quarto anno del percorso per acquisire la seconda laurea e, da ultimo, un risparmio economico ed una ottimizzazione nella formazione. E’ evidente quindi che non si tratterebbe di percorso formativo post laurea ma di una nuova laurea per la parte formativa non comune (quindi 3 o 4 anni a seconda di un triennio o un biennio comune). Prerequisito politico perché ciò si possa attuare, ovviamente, è che tale possibilità sia simmetrica e reciproca per entrambe le professioni.
Ora parliamo di scuole di specialità ed accesso al SSN.
Come tutti ricorderanno, di questo tema si era con forza interessato il prof Gherlone al tempo del suo impegno ministeriale. Riguardo l'eliminazione del possesso del titolo di specialista per l'ingresso nei ruoli del SSN voglio ricordare che, a legge vigente, la norma è strettamente collegata all'inquadramento nella dirigenza.
Nessuna modifica può essere anche solo pensata se prima ed in modo incontrovertibile dal punto di vista giuridico non si risolve questo problema: di sicuro io con tutti i colleghi dell’accademia con cui abbiamo più volte e anche del tutto recentemente discusso il tema, ho profonda e radicata la determinata convinzione a non permettere che i giovani odontoiatri che entreranno in questi ruoli perdano o rischino di perdere il medesimo inquadramento dirigenziale (li facciamo “scivolare” nel comparto?)
Aggiungo che, personalmente, ritengo, fatti salvi doverosamente i diritti acquisiti, non sostenibile una differenza di requisiti di accesso tra dirigenti ospedalieri e specialisti ambulatoriali. E’ stato paventato il rischio di mancanza di specialisti nel futuro che metterebbe a rischio la sostenibilità dell’offerta odontoiatrica pubblica. Se questo fosse il tema, ma con tutta evidenza non lo è, basterebbe ricordare che ad oggi gli iscritti alle scuole di specializzazione sono circa 700, ne formiamo a regime circa 300 all’anno e c’è un numero di specialisti, di cui stiamo facendo il censimento puntuale, certamente superiore ad alcune migliaia. Magari ne venisse assunta anche solo la metà!
Anche l’osservazione che le scuole di specializzazione non sono equiparate a quelle mediche è solo parzialmente pertinente: se il problema, e lo considero tale, è la mancanza dei contratti di formazione specialistica per l’area odontoiatrica, la soluzione non è rendere inutili le scuole ma trovare i fondi per finanziarli.Ultimo tema per chiarezza, visto che è anche questo un tema prettamente universitario: la laurea in odontoiatria non solo è specialistica (come lo è stata fino ad una decina di anni fa), ma addirittura è magistrale. Ed è piuttosto sulla sua trasformazione in laurea abilitante che dobbiamo lavorare.
Sui corsi di specializzazione la proposta, magari anche un po’ provocatoria, è quella di ampliare i corsi per ogni branca dell’odontoiatria. Ma poi se un "solo" laureato in odontoiatria può svolgere qualsiasi branca dell’odontoiatria senza specialità e non serve neppure per entrare nel SSN, i diplomi di specialità rischiano di diventare solo un accrescimento professionale personale?
Siamo disponibili e pronti a pensare ad altre scuole di specializzazione (ricordo che molti al tempo si opposero con forza alla scuola di specializzazione in odontoiatria generale) ma anche qui non possiamo esimerci da una analisi tecnica e politica di natura universitaria, nonché legislativa, nazionale ed europea. Condivido per altro, in termini speculativi, la sua osservazione sul significato prospettico delle Scuole di Specializzazione nello scenario ipotizzato.
Un tema che la coinvolge da vicino, in quanto “papà” del modello di assistenza odontoiatrica in Friuli, è la volontà di creare un Progetto di prevenzione odontoiatrica.
Leggo con molto piacere della proposta di prevenzione odontoiatrica da attivare nelle scuole: confermo la disponibilità a mettere a disposizione l’esperienza di diverse Università che da anni stanno effettivamente portando avanti estensivi progetti di prevenzione orale ed educazione ad abitudini di vita salutari nelle scuole.
Torniamo ai temi di pertinenza universitaria, forse il tema dei temi: il numero di posti per ogni Ateneo sede di corso di laurea.
In un sistema che non è in grado di controllare o solo gestire la formazione all’estero di italiani è limitativo e almeno in parte autoassolutorio pensare che il problema possa essere la riduzione del numero di laureati in Italia. Se il Collegio e la Conferenza permanente dei corsi di laurea in odontoiatria fossero, nella sostanza, coinvolti nella programmazione dei posti a concorso forse sì che si potrebbero correggere alcune oggettive storture nella distribuzione dei posti a concorso correlandole alle reali capacità formative degli Atenei ma, purtroppo, nei fatti questo spesso non avviene.
Sulla necessità di riformare il test che seleziona chi può diventare dentista il presidente Iandolo propone la CAO come “consulente” per migliorare la qualità dei quesiti e si dice contrario al cosiddetto modello francese: cosa ne pensa?
Mi permetto di dire che l’ipotesi del mio amico Raffaele Iandolo che sia la CAO a collaborare per migliorare i test di ingresso è francamente irricevibile: se c’è qualcuno che ha titolo, competenza, interesse a fornire un contributo su base scientifica allo sviluppo ed al miglioramento dei necessari test di ingresso non può che essere l’Università e nello specifico il Collegio (cosa che peraltro non avviene nei termini in cui sarebbe opportuno). Concordo invece pienamente sull’analisi relativa alla non sostenibilità e non trasparenza dei percorsi quali quelli proposti, ma per fortuna per ora non realizzati, presso l’Università di Ferrara che mimano, male, modelli che non funzionano.In conclusione, in qualità di presidente del Collegio, non posso che confermare la più volte ribadita completa disponibilità ad un costruttivo percorso di aperta, trasparente e leale collaborazione con il mondo odontoiatrico tutto (con il quale i rapporti ad oggi sono eccellenti), finalizzata al miglioramento della accessibilità alla professione purchè questa condivisione sia biunivoca nel rispetto di ciò che istituzionalmente è riservato a ciascuna componente.
E proprio per tutti questi motivi abbiamo chiesto ai ministri della Salute e dell’Università un incontro urgente.
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