È nota la carenza del servizio pubblico in tema di cure odontoiatriche, anche se è sbagliato generalizzare: più di ogni altra prestazione sanitaria, in Italia, quella odontoiatrica è offerta sul territorio in modo diseguale, non solo tra una regione e l’altra, ma spesso all’interno della stessa amministrazione. Tanto che anche solo fotografare l’esistente sembra una impresa improba, come ha dimostrato la commissione ministeriale che ha censito l’offerta pubblica. Ad averci recentemente provato, però, è stata la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), attraverso un’indagine che ha fornito una panoramica su come le aziende sanitarie stiano sperimentando nuove strade per offrire cure odontoiatriche economicamente sostenibili.
Lo scenario fotografato è quello già noto: prestazioni pubbliche, dove attivate, riservare a fasce di popolazione individuate dai Lea e, in alcuni casi, ai non-Lea attraverso il pagamento del ticket; per il resto della popolazione (il 92%), il dentista privato. Una situazione che la stessa Fiaso, come si legge nella ricerca, definisce “anomala, almeno rispetto a buona parte d’Europa dove, secondo un’indagine targata Cergas-Bocconi, vi è una qualche forma di assistenza pubblica o mutualistica, o un qualche tipo di sussidio o servizio speciale per tutta la popolazione e per gruppi che non possono permettersi la spesa dal dentista o con particolari esigenze di cura orale.”
Tuttavia, l’indagine realizzata dalla Federazione delle aziende ospedaliere, pur con i suoi limiti, ha cercato di censire un modello di assistenza che, anche su questo giornale, è stata più volte annunciata, ma la cui realizzazione su vasta scala sembrava faticosa: il low-cost nelle Asl.
Da qualche tempo, infatti, le cliniche universitarie si propongono, o già offrono, prestazioni pubbliche extra Lea per conto della Asl a prezzi calmierati; si tratta di un modo per permettere agli studenti di fare pratica e al Ssn di smaltire parte delle richieste di odontoiatria pubblica. Le Aziende sanitarie e ospedaliere, secondo la ricerca Fiaso, stanno cercando di tamponare la carenza di assistenza pubblica extra Lea nel campo odontoiatrico sfruttando soprattutto l’arma delle convenzioni con gli studi dentistici privati, spuntando tariffari ridotti di un buon 50% rispetto a quelli di mercato.
“Tariffe impensabili fino a qualche anno fa” sostengono dalla Federazione “ma che le Asl riescono oggi a far digerire ai privati sfruttando la sindrome da poltrona vuota che, con la crisi, ha spinto molti dentisti a puntare sui super-sconti, pur di ampliare il proprio bacino di utenza. Un processo, d’altra parte, che va a vantaggio della maggioranza dei cittadini, che non rientrano nel recinto delle cure garantite dai Lea. Del resto, per gli studi privati le tariffe dimezzate sono compensate dall’ampiezza del bacino di utenti che una Asl può mettere loro a disposizione. E poi, i dentisti hanno capito che il vento è girato e che i super-preventivi, che fanno saltare dalla poltrona più del trapano, possono essere abbattuti realizzando per esempio economie di scala, attraverso l’arma dell’associazionismo medico, che è in costante espansione anche nella branca odontoiatrica. Tutti fattori, questi, che lasciano presupporre un rapido aumento delle convenzioni tra Asl e studi dentistici privati. Anche se poi non mancano le aziende che hanno preferito seguire la strada dell’intramoenia, offrendo spazi pubblici per attività in regime libero professionale, ma a tariffe dimezzate.”
Nelle pagine successive, sono presentate le varie esperienze censite dalla Fiaso: modelli che faranno discutere, propro a partire dai prezzi proposti, resi possibili dal fatto che spesso le strutture in cui vengono erogate sono finanziate con i fondi pubblici, che invece dovrebbero essere utilizzati per le prestazioni Lea. Ci saranno poi anche nostri contributi in cui abbiamo, attraverso i protagonisti, approfondito alcuni modelli di “odontoiatria pubblica creativa”.
GdO 2011;1
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