Per come ci ha abituato il ministero delle Finanze in questi ultimi anni (dal 2006 in avanti), questo è il periodo dell’anno in cui iniziano a delinearsi i tratti “somatici” della consueta Manovra d’estate, una Finanziaria estiva che di fatto sta iniziando a sostituire in termini di novità fiscali, e non solo, la ben più nota Finanziaria di fine anno.
Quest’anno dovrebbe avere grande rilievo la terza edizione dello “scudo fiscale”: L’obiettivo del Ministero pare essere quello di voler recuperare il maggior gettito possibile dai contribuenti al fine di poter varare, nell’autunno prossimo, una serie di incentivi per le imprese con la finalità di alleviare le conseguenze della crisi. Conscio però del fatto che l’Italia si trova ai primi posti in Europa per la pressione fiscale, il ministro Tremonti è intenzionato a puntare sullo scudo onde evitare di andare a pesare ulteriormente sulle tasche di tutti i contribuenti.
I perché dello scudo
Lo scudo fiscale non è certamente una novità per il sistema tributario italiano: tale provvedimento infatti è già stato posto in essere negli anni 2001 e 2003 riscuotendo un successo notevole.
Le caratteristiche comuni degli scudi precedenti erano costituite principalmente dalla possibilità di fare riemergere capitali derivanti da attività detenute all’estero senza regolare dichiarazionee dalla parziale copertura da eventuali accertamenti sulle fonti dei capitali “scudati” (oggetto di scudo).
Le previsioni di adesione da parte dei contribuenti a questa nuova edizione dello scudo sono, secondo il Fisco, abbastanza ottimistiche per almeno tre ragioni. Va segnalato che, a livello europeo, almeno in termini politici vi è la volontà di andare a colpire tutti quegli stati a regime fiscale privilegiato (i cosiddetti paradisi fiscali) o caratterizzati dall’esistenza del segreto bancario. Questi ultimi sono tutti quegli Stati che non permettono uno scambio automatico e trasparente di informazioni sui depositi di cittadini di altri stati membri della Ue sottoposti, nei loro stati di residenza, ad accertamento (salvo casi particolari). Questa tendenza si è acuita nell’arco dell’ultimo decennio come testimonia, per esempio, l’introduzione dell’euro-ritenuta in Svizzera, forma d’imposizione fiscale che le ha permesso il mantenimento del segreto bancario, o ancora l’introduzione di norme fiscali volte a controllare e disincentivare operazioni con paradisi fiscali (per esempio, l’indeducibilità di tutti quei costi derivanti da soggetti residenti in paradisi fiscali, la normativa sulle C.F.C. e sull’estero vestizione).
Negli ultimi mesi però, come ben sottolineato dai mass-media europei e in seguito anche alla querelle scoppiata tra la banca svizzera Ubs e gli Usa, l’obiettivo della Comunità europea e non solo (anche gli Stati Uniti hanno adottato questa politica) pare essersi indirizzato verso una “stretta” congiunta ai paradisi fiscali e agli Stati non trasparenti; nascente è pertanto tra i contribuenti italiani il desiderio di riportare in Italia i propri capitali.
Una seconda motivazione, anch’essa molto legata alla situazione economica contingente, è rappresentata dall’esigenza, soprattutto per le imprese, di fonti di liquidità atte a fronteggiare gli effetti della crisi mondiale: numerosissimi sono stati i casi d’imprenditori italiani e non, sorpresi a “rimpatriare” capitale estero non dichiarato da Stati quali, per fare esempi di nazioni a noi confinanti, la Repubblica di San Marino o la Svizzera.
Un terza ragione potrebbe essere data dall’opportunità offerta ai contribuenti di mettere in regola posizioni che in regola non sono (come somme derivanti da evasione fiscale) dietro il pagamento di un’imposta di importi relativamente ridotti, concedendo così una possibile loro utilizzazione.
Lo stato dell’arte attuale
A oggi non sono ancora stati resi noti i termini e le modalità di attuazione del nuovo scudo fiscale, né è dato sapere l’importo dell’imposta da pagare per la riemersione dei capitali o se, e in che misura, sarà obbligatorio un loro reinvestimento in Italia. Non è neppure stato ancora chiarito se i contribuenti che si avvarranno di questo provvedimento saranno realmente al riparo da eventuali accertamenti da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza sulle fonti di tali capitali o sui propri redditi come accadde con gli “scudi” passati.
L’impressione sembra essere di voler attendere, prima di svelare lo scudo 2009, i dati sulla liquidità incassata dall’Erario a fronte delle impellenti scadenze fiscali; sicuramente nelle prossime settimane sarà più chiaro a quanto ammonterà l’impatto sul gettito della crisi macro-economica che imperversa ormai da quasi un anno. Anche le possibili imposte sostitutive da pagarsi a fronte dell’utilizzo dello scudo saranno influenzate da questi dati: difficilmente si attesteranno sui livelli (bassi) dei due scudi precedenti. Probabile sembrerebbe essere un’aliquota del 10% circa, non comunque inferiore al 7%.
Conclusioni
Il consiglio, quindi, a tutti i lettori potenzialmente interessati dallo scudo è di iniziare a valutare, con l’ausilio anche del proprio consulente fiscale, se vi sono le condizioni per aderire a questa opportunità offerta dal Fisco al fine di evitare di trovarsi impreparati o spiazzati al momento dell’uscita della norma.
Sarà, infatti, molto probabile l’intensificazione dei controlli sui capitali all’estero e sulla loro movimentazione da e verso l’Italia una volta decorsi i termini per l’attuazione dello scudo. Difficilmente l’Amministrazione finanziaria, che nei prossimi anni potrà avvalersi di nuovi e più potenti strumenti di accertamento (indagini bancarie, redditometro ecc), sarà clemente con chi, dopo avere evaso il Fisco e non essersi avvalso della possibilità di regolarizzare la propria posizione dietro il pagamento di una “multa” non troppo elevata (l’imposta sostitutiva per l’applicazione dello scudo), sarà poi colto in flagrante con attività detenute all’estero ma non dichiarate al Fisco italiano.
GdO 2009; 11
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